giovedì 1 luglio 2010

Riflessione sul federalismo: una proposta rivoluzionaria.

Federalismo si? Federalismo no? Federalismo quando? Federalismo come? E’ il lietmotiv degli ultimi mesi della politica italiana. Tutti ne parlano, quasi tutti ne comprendono i principi di base, quasi nessuno ne conosce i differenti modelli. Credo che il punto di partenza della nostra riflessione debba essere l’attuale rapporto tra finanza centrale e finanza locale. Oggi, la maggior parte del prelievo viene fatta dal governo centrale, che devolve poi parte del gettito agli enti regionali e ai livelli di governo più bassi. Questo è un sistema pessimo, per due motivi. Prima di tutto è un sistema basato sul divorzio tra decisioni di prelievo e decisioni di spesa. Le prime decise dal Governo, le seconde dalle Regioni. Come gli economisti sottolineano da tempo questa separazione incentiva l’irresponsabilità nella gestione del bilancio(teoria corroborata dall’esperienza, basta guardare i bilanci di molte Regioni italiane). L’ente locale infatti, dal momento che le sue spese vengono finanziate “a fondo perduto”, sa che quanto più spende, tanto più finisce prima o poi col ricevere dal centro. La spesa viene quindi incoraggiata e la sua razionalizzazione scoraggiata. In secondo luogo, il controllo dei cittadini sulle decisioni di prelievo e spesa è quasi impossibile. Poniamo infatti che vi sia un aumento dell’imposizione fiscale. Assunto il divorzio tra prelievo e spesa, come può il cittadino controllare la gestione della spesa? E la ripartizione delle stesse? La separazione impedisce dunque di valutare dal perseguimento di quali finalità sia motivato l’aumento dell’imposizione. Venendo alla nostra rivoluzionaria proposta ci richiamiamo alla dottrina di tale Dwight Lee, economista statunitense e studioso di teoria delle scelte pubbliche. Lee propone che la potestà impositiva venga sottratta al Governo centrale e affidata esclusivamente agli enti locali e che una percentuale fissa delle imposte locali venga devoluta allo stesso governo centrale. I singoli enti locali sarebbero liberi di decidere in materia tributaria, ma a due condizioni. Anzitutto sarebbero vincolati all’obbligo di pareggio su base annua. La seconda condizione prevede invece che gli enti locali, perfettamente liberi di decidere il proprio sistema tributario e la gestione del proprio bilancio, dovrebbero però devolvere una percentuale predeterminata del proprio gettito al governo centrale per consentirgli di perseguire quegli obbiettivi di interesse nazionale che restano di sua competenza. L’unica entrata, in altri termini, dello “Stato federale” sarebbe costituita da quanto gli enti locali gli verserebbero. Fermi questi due vincoli le Regioni sarebbero assolutamente libere di scegliere in che modo, con quali proporzioni e sopratutto in che misura prelevare. Per quanto la proposta possa apparire paradossale, può essere utile riflettere sui suoi benefici. Nel sistema previsto da Lee verrebbe a determinarsi una concorrenza salutare tra le diverse politiche fiscali dei vari enti locali. Questa darebbe vita ad un’implicita Costituzione fiscale, che metterebbe un freno all’espansione incontrollata della spesa e delle imposte. La concorrenza infatti, penalizzerebbe gli enti locali più esosi, perchè le imprese ed i singoli contribuenti tenderebbero a spostarsi verso le aree meno tassate. Un ente locale che abusasse della spesa a cui conseguirebbe un aumento del torchio fiscale vedrebbe fuggire i capitali del proprio territorio e ridursi la propria base impositiva. Sarebbe perciò costretto a rivedere la propria abnorme politica economica. Sarebbe un freno implicito, ma eccezionalmente efficace alla tassazione eccessiva. Gli econimisti parlano in questo caso di tax competition tra aree interne dello stesso Paese. I suoi effetti benefici sono ampliamente dimostrati. Basti pensare alla Confederazione Elvetica, in cui il prelievo è effettuato dai Cantoni in piena autonomia; la concorrenza tra i Cantoni ha contribuito a mantenere bassa la pressione fiscale. Lo stesso accade negli USA con i vari Stati. Con questo sistema inoltre i cittadini potrebbero esercitare un controllo sulle decisioni in materia fiscale, perchè quelle decisioni proverrebbero da un livello di governo più vicino e più influenzabile dalla volontà popolare. Il Presidente della regione, eletto dai cittadini, sarebbe senza dubbio più vincolato al rispetto del “pacchetto fiscale” da lui promosso e degli obbiettivi con esso connessi. Il mancato rispetto di questo aumenterebbe notevolmente il rischio di essere mandato a casa nella successiva tornata elettorale. In pratica, la politica di bilancio tornerebbe ad essere nelle mani dei cittadini. La destinazione delle spese inoltre sarebbe più visibile(opera infatti in un’area demografica e territoriale più ridotta rispetto allo Stato) e scoraggerebbe gli sprechi. Infatti quanto più ampie sono le dimensioni della popolazione(e quindi dei contribuenti) tanto minore sarà l’incentivo a controllare l’utilità sociale e l’economicità della spesa stessa. Quanto minori sono invece le dimensioni della popolazione, tanto più oculate dovranno essere le decisioni di spesa pubblica. E’ questa, a parere di chi scrive, l’opinione più forte a favore del federalismo fiscale e l’argomentazione più efficace per un effettivo rispetto del principio di sussidiarietà. Infine, il sistema consentirebbe di conciliare un’autonomia effettiva fra le competenze dello Stato e delle Regioni. In altre parole si lascerebbe allo Stato la sola incombenza di perseguire quegli obbiettivi che non possono essere efficacemente realizzati dagli enti locali. Se adottato, questo metodo consentirebbe di contemperare la natura unitaria dello Stato con le esigenze locali, porrebbe in essere un freno efficace alla inarrestabile, almeno fino ad oggi, spesa pubblica e restituirebbe ai contribuenti un certo potere di controllo sulla gestione politica del loro denaro. Sarebbe davvero una rivoluzione non da poco!

Discorso di Pericle agli ateniesi (461 a.c.)

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo
viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.


Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.



Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri,chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una
ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.



La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana;noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.



Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.


Qui ad Atene noi facciamo così.



Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.



E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.


Qui ad Atene noi facciamo così.



Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.



Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.



Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.


Qui ad Atene noi facciamo così.