giovedì 21 ottobre 2010

E' tempo di liberalizzare

Come insegna la lezione del giurista Bruno Leoni sono le regole a creare il libero mercato. Una corretta regolamentazione favorisce lo sviluppo di un mercato concorrenziale, mercato che di per sè tenderebbe a scivolare verso posizioni monopolistiche. In Italia si parla spesso di concorrenza e competitività, ma questi dibattiti non sono praticamente mai accompagnati da delle serie politiche legislative di liberalizzazione e sviluppo della concorrenza. Secondo l’ultimo rapporto del Centro Studi di Confindustria “Le liberalizzazioni da sole aumenterebbero la produttività del 14,1%”. Ora senza entrare nel merito delle questioni numeriche, che cosa frena lo sviluppo delle liberalizzazione?


Nessuno che abbia un minimo di formazione politico-economica può negare che, in un sistema in cui gli operatori economici sono liberi di competere, aumentino il PIL pro-capite e le attese di vita della popolazione; si riducano la corruzione, i pesi e costi della burocrazia. I vantaggi sono evidenti e sostanziali e  favoriscono anche il riequilibrio della finanza pubblica, ma allora perché mai l’iter è negli ultimi anni così tortuoso e faticoso? Perchè i vantaggi ricadono indifferentemente sul sistema economico del Paese mentre i loro costi insistono su categorie ben delimitate, con rendite di posizione radicate e consolidate: gestori di servizi di pubblica utilità, professionisti, tassisti, farmacisti, guide alpine, aziende monopoliste. Queste categorie, al solo sentir parlare di concorrenza, non esitano a mobilitarsi in nome della difesa degli interessi corporativi e spesso il loro lobbying paralizza la spinta riformatrice del Governo. Il meccanismo evidenzia un lato perverso della difesa corporativistica, si smette di investire e si aumentano le pressioni e le corruzioni sull’amministrazione statale. Negli ultimi quindici anni, lo Stato italiano ha ceduto quote di capitale di imprese pubbliche per circa 150 miliardi di euro, senza effetti significativi sulla riduzione del debito pubblico. In alcuni casi ha privatizzato senza liberalizzare i settori e i servizi nei quali le imprese operavano; al monopolio legale pubblico è semplicemente subentrato quello privato (vedi Autostrade), con pochi vantaggi sostanziali per i consumatori e impatto minimo sullo sviluppo economico. I risultati parziali e modesti in termini di promozione della libera concorrenza hanno indirettamente favorito il rilancio della tesi ideologica secondo cui la proprietà pubblica del capitale offrirebbe in generale maggior garanzie di efficienza, con tutto quel che ne consegue sul piano dell’immobilismo politico dei governi e sullo sviluppo tentacolare della politica. I sostenitori di questa tesi dimenticano che spesso chi compra rientra nella sfera d’influenza di chi vende e, comunque, che lo stato e gli enti pubblici, considerato il sistema giuridico di corporate governance proprio del nostro diritto commerciale, permette anche con partecipazioni di minoranza continuano ad esercitare il controllo sulle aziende privatizzate. E’ necessario anche tenere conto del basso costo e degli immediati benefici che potrebbero derivare da queste semplici riforme “liberali”. Il valore politico delle liberalizzazioni sarebbe silenzioso ma enorme. Si costringerebbe infatti la politica a fare il famoso “passo indietro” di cui si è sentito tanto parlare. Perché oggi è lì, nelle società municipali che si costruisce il potere dei partiti e delle correnti, quelle sono le leve attraverso cui si condiziona l’economia del territorio e le sue imprese. E considerata la fase di assoluta debolezza dei partiti nazionali e lo sviluppo del sistema federalista, il potere nei territori pesa e condiziona ancora di più che nel passato anche le scelte nazionali. Tesi sottolineata e sostenuta anche dal Presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà nel suo ultimo libro “Zavorre d’Italia”. Dell’importanza delle municipalizzate sa bene la Lega Nord che da valvola di sfogo degli imprenditori del Nord oppressi dalle tasse e dalla burocrazia si è trasformata in una piovra che in nome del verde padano è capace di occupare quanto più possibile nel sistema delle società pubbliche, così come lo sa bene il Partito Democratico in regioni come l’Emilia Romagna o le Marche. Potrebbe essere questo uno dei motivi per i quali il Ministro dell’economia non si occupa della questione così come non si è occupato di aprire i mercati del trasporto, dei servizi postali o di spezzare il monopolio del gas. Le liberalizzazioni sono state spostate a dicembre 2011, ma non si è escludono i classici decreti proroga al fine di procrastinare ulteriormente la riforma. Nonostante questa possa dare un notevole impulso alla crescita del PIL. E’ evidente che in questo Paese manchi coraggio e responsabilità. C’è un vulnus di coraggio politico. Perchè liberalizzare vuol dire intaccare profondamente il sistema politico clientelare e aprire alla spietata e meritocratica legge del libero mercato. Significa rischiare voti e poltrone nelle amministrazioni locali. La rivoluzione liberale promessa da Berlusconi è fallita, riposta nei cassetti e sepolta di polvere. Può tuttavia sempre essere riscoperta e attuata sotto altri nomi o altre formule politiche. Riuscirà mai l’Italia ad uscire da quell’ingessatura corporativa che tanto ricorda i comuni medievali del XII secolo e iniettare nel proprio dna politico la cultura della libertà economica e della concorrenza? Sarà necessario un enorme slancio culturale e ancor più enorme slancio di coraggio.

Pubblicato anche su GenerazioneItalia.it

giovedì 5 agosto 2010

Proposta: istituire un Fondo Giovani.

Recenti studi hanno dimostrato che l’Italia è un Paese bloccato. La mobilità sociale è estremamente bassa. Chi nasce ricco, generalmente rimane tale. Di conseguenza chi nasce povero, povero rimane. L’ascensore sociale, nel nostro Paese, si è rotto. A causa prevalentemente di una università scadente e di politiche del welfare scarsamente mirate. Ecco una proposta, un'idea, un provvedimento che può aiutare a rimettere in moto il Paese.

- Ispirazione

L’ispirazione nasce da uno studio comparata con la Gran Bretagna. L’istituto di riferimento è il Child Trust Found. Introdotto già da qualche anno in GB.

- L’idea

Ogni bambino sarà intestatario di un conto personale del quale potrà disporre solo a partire dal raggiungimento del diploma. Il Fondo sarà acceso con un versamento statale al momento della nascita (es.1000 euro). Il fondo rimarrà uguale(più interessi ovviamente) fino alle elementari. A partire dalla prima media inizieranno incrementi relativi al merito scolastico.

Sono previste correzioni a seconda del reddito familiare, ma i ragazzi meritevoli non avranno mai incremento zero. In questo modo sarà possibile contemperare merito ed equità. Sarà ovviamente necessarie dividere delle fasce di reddito e delle fasce di aumento a seconda dei risultati scolastici raggiunti. L’accesso al fondo si potrà avere solo al momento del raggiungimento del diploma.

- Obbiettivi

Scegliere l’università migliore, andare all’estero o vivere fuori sede comporta costi spesso molto elevati. Cosi come imparare un mestiere o una professione o avviare una piccola impresa od una attività commerciale. Il Fondo Giovani supporta queste opportunità. Incentiva i giovani ad investire nel proprio futuro e garantisce per questo una minima copertura economica. Si pone come obbiettivi quello di premiare i comportamenti meritori, combattere l’inattività di molti giovani italiani, aumentare la mobilità fisica e l’imprenditorialità giovanile, incentiva e sostiene l’iscrizione dei migliori studenti alle migliori università. Il fondo giovani introduce due importanti novità. Valorizza il giovane in quanto tale, svincolato cioè da politiche familiste che si sono rivelate inutili ed insufficienti. Instaura cioè un rapporto diretto tra l’individuo e l’erogazione di una prestazione statale. In secondo luogo l’intervento non è assistenzialista, ma legato al merito dei giovani. Il giovane si sentirà supportato non perché è povero (approccio statalista), ma perché è bravo (approccio liberale).

- Criteri di merito

Dalla prima media in poi, la somma massima accumulabile è legata ai risultati scolastici. Le fasce di attribuzione di premio in denaro per merito saranno tarate sulla media ponderata di ogni istituto (questo perché in alcuni istituti un 7 vale in maniera diversa rispetto ad altri).

Per quanto concerne l’erogazione, chi raggiunge la maturità riceve immediatamente il 40% del fondo accumulato. Chi si iscrive all’università riceve il restante 45% in quote mensili(possono integrare le spese per l’affitto o i libri), il restante 15% sarà erogato al momento del conseguimento della laurea o diploma di specializzazione professionale.

Possono essere coinvolte banche private nella gestione del fondo con collaborazioni e partnership (così avviene nel sistema inglese). Il coinvolgimento renderebbe più snella leggera e trasparente la gestione sia per il sistema che per il cittadino. Questo perché le banche hanno ramificazioni e sportelli diffusi sul territorio. Si potrà inoltre decidere con la banca di come usufruire del fondo (es. come spalmarlo negli anni universitari) e garantirebbe perciò una flessibilità in grado di assicurare maggiore funzionalità e semplicità.

giovedì 1 luglio 2010

Riflessione sul federalismo: una proposta rivoluzionaria.

Federalismo si? Federalismo no? Federalismo quando? Federalismo come? E’ il lietmotiv degli ultimi mesi della politica italiana. Tutti ne parlano, quasi tutti ne comprendono i principi di base, quasi nessuno ne conosce i differenti modelli. Credo che il punto di partenza della nostra riflessione debba essere l’attuale rapporto tra finanza centrale e finanza locale. Oggi, la maggior parte del prelievo viene fatta dal governo centrale, che devolve poi parte del gettito agli enti regionali e ai livelli di governo più bassi. Questo è un sistema pessimo, per due motivi. Prima di tutto è un sistema basato sul divorzio tra decisioni di prelievo e decisioni di spesa. Le prime decise dal Governo, le seconde dalle Regioni. Come gli economisti sottolineano da tempo questa separazione incentiva l’irresponsabilità nella gestione del bilancio(teoria corroborata dall’esperienza, basta guardare i bilanci di molte Regioni italiane). L’ente locale infatti, dal momento che le sue spese vengono finanziate “a fondo perduto”, sa che quanto più spende, tanto più finisce prima o poi col ricevere dal centro. La spesa viene quindi incoraggiata e la sua razionalizzazione scoraggiata. In secondo luogo, il controllo dei cittadini sulle decisioni di prelievo e spesa è quasi impossibile. Poniamo infatti che vi sia un aumento dell’imposizione fiscale. Assunto il divorzio tra prelievo e spesa, come può il cittadino controllare la gestione della spesa? E la ripartizione delle stesse? La separazione impedisce dunque di valutare dal perseguimento di quali finalità sia motivato l’aumento dell’imposizione. Venendo alla nostra rivoluzionaria proposta ci richiamiamo alla dottrina di tale Dwight Lee, economista statunitense e studioso di teoria delle scelte pubbliche. Lee propone che la potestà impositiva venga sottratta al Governo centrale e affidata esclusivamente agli enti locali e che una percentuale fissa delle imposte locali venga devoluta allo stesso governo centrale. I singoli enti locali sarebbero liberi di decidere in materia tributaria, ma a due condizioni. Anzitutto sarebbero vincolati all’obbligo di pareggio su base annua. La seconda condizione prevede invece che gli enti locali, perfettamente liberi di decidere il proprio sistema tributario e la gestione del proprio bilancio, dovrebbero però devolvere una percentuale predeterminata del proprio gettito al governo centrale per consentirgli di perseguire quegli obbiettivi di interesse nazionale che restano di sua competenza. L’unica entrata, in altri termini, dello “Stato federale” sarebbe costituita da quanto gli enti locali gli verserebbero. Fermi questi due vincoli le Regioni sarebbero assolutamente libere di scegliere in che modo, con quali proporzioni e sopratutto in che misura prelevare. Per quanto la proposta possa apparire paradossale, può essere utile riflettere sui suoi benefici. Nel sistema previsto da Lee verrebbe a determinarsi una concorrenza salutare tra le diverse politiche fiscali dei vari enti locali. Questa darebbe vita ad un’implicita Costituzione fiscale, che metterebbe un freno all’espansione incontrollata della spesa e delle imposte. La concorrenza infatti, penalizzerebbe gli enti locali più esosi, perchè le imprese ed i singoli contribuenti tenderebbero a spostarsi verso le aree meno tassate. Un ente locale che abusasse della spesa a cui conseguirebbe un aumento del torchio fiscale vedrebbe fuggire i capitali del proprio territorio e ridursi la propria base impositiva. Sarebbe perciò costretto a rivedere la propria abnorme politica economica. Sarebbe un freno implicito, ma eccezionalmente efficace alla tassazione eccessiva. Gli econimisti parlano in questo caso di tax competition tra aree interne dello stesso Paese. I suoi effetti benefici sono ampliamente dimostrati. Basti pensare alla Confederazione Elvetica, in cui il prelievo è effettuato dai Cantoni in piena autonomia; la concorrenza tra i Cantoni ha contribuito a mantenere bassa la pressione fiscale. Lo stesso accade negli USA con i vari Stati. Con questo sistema inoltre i cittadini potrebbero esercitare un controllo sulle decisioni in materia fiscale, perchè quelle decisioni proverrebbero da un livello di governo più vicino e più influenzabile dalla volontà popolare. Il Presidente della regione, eletto dai cittadini, sarebbe senza dubbio più vincolato al rispetto del “pacchetto fiscale” da lui promosso e degli obbiettivi con esso connessi. Il mancato rispetto di questo aumenterebbe notevolmente il rischio di essere mandato a casa nella successiva tornata elettorale. In pratica, la politica di bilancio tornerebbe ad essere nelle mani dei cittadini. La destinazione delle spese inoltre sarebbe più visibile(opera infatti in un’area demografica e territoriale più ridotta rispetto allo Stato) e scoraggerebbe gli sprechi. Infatti quanto più ampie sono le dimensioni della popolazione(e quindi dei contribuenti) tanto minore sarà l’incentivo a controllare l’utilità sociale e l’economicità della spesa stessa. Quanto minori sono invece le dimensioni della popolazione, tanto più oculate dovranno essere le decisioni di spesa pubblica. E’ questa, a parere di chi scrive, l’opinione più forte a favore del federalismo fiscale e l’argomentazione più efficace per un effettivo rispetto del principio di sussidiarietà. Infine, il sistema consentirebbe di conciliare un’autonomia effettiva fra le competenze dello Stato e delle Regioni. In altre parole si lascerebbe allo Stato la sola incombenza di perseguire quegli obbiettivi che non possono essere efficacemente realizzati dagli enti locali. Se adottato, questo metodo consentirebbe di contemperare la natura unitaria dello Stato con le esigenze locali, porrebbe in essere un freno efficace alla inarrestabile, almeno fino ad oggi, spesa pubblica e restituirebbe ai contribuenti un certo potere di controllo sulla gestione politica del loro denaro. Sarebbe davvero una rivoluzione non da poco!

Discorso di Pericle agli ateniesi (461 a.c.)

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo
viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.


Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.



Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri,chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una
ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.



La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana;noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.



Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.


Qui ad Atene noi facciamo così.



Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.



E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.


Qui ad Atene noi facciamo così.



Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.



Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.



Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.


Qui ad Atene noi facciamo così.

domenica 16 maggio 2010

Colpa del liberismo o assenza della politica?

Le responsabilità di questa crisi sono state attribuite fondamentalmente all’economia di mercato, al capitalismo nella sua forma globalizzata e, come origine di tutto, al liberismo e alla sua forma più recente detta neoliberismo. Questa discussione suggerisce una metafora e cioè quella di un arbitro (la politica) che durante una partita di calcio si lamenta perchè non vengone rispettate le regole (dei mercati finanziari, concorrenza, globalizzazione). Come se ci fosse qualcun altro e non lui che deve far rispettare quelle regole. Siamo di fronte ad un caso di autodenuncia della incapacità di svolgere i propri compiti. E’ questo il caso della politica. In questi due anni infatti, in pochi si sono incaricati di spiegare che cosa siano il liberismo ed il neoliberismo. Il liberismo è una teoria economica che ha anche riflessi di tipo politico discendenti dal liberalismo classico. Auspica la libera iniziativa a livello individualee il libero commercio, sopratutto a livello istituzionale. L’intervento dello Stato è previsto come minimo (fu Robert Nozick ad introdurre questo concetto) nel senso della costruzione delle infrastrutture necessarie, degli interventi regolamentativi e della garanzia della concorrenza. Il neoliberismo è un termine coniato negli anni 80 e che ha avuto un grande sviluppo con le politiche di Ronald Reagan e Margharet Tatcher. I punti fondamentali? Liberalizzazione dell’economia dallo Stato, la privatizzazione dai servizi pubblici,la liberalizzazione di ogni settore non strategico e la fine della chiusura doganale. I buoni risultati di queste politiche economiche li conosciamo tutti. Ora, sul fatto che il liberismo abbia da tempo indicato, con i suoi maestri fondamentali(Von Hayek, Friedman, Von Mises) la preferenza del mercato come strumento più efficiente per la creazione e distribuzione delle risorse piuttosto che lo Stato, non vi è alcun dubbio. Che questa scuola di pensiero abbia indicato l’improduttività della spesa pubblica eil relativo ruolo depressivo delle tasse nei confronti dell’economia è altrettanto fuor di dubbio. Che abbia denunciato i sintomi delle politiche di deficit spending per tenere in piedi un welfare dispersivo e inefficiente è ancora fuori discussione. Non è possibile sbugiardare questo pensiero perchè oramai tutti sono convinti di queste affermazioni. E’ difficile sostenere il contrario, e cioè che sia desiderabile ampliare la spesa pubblica, la tassazione e rafforzare al presenza dello Stato nell’economia. Allora dove sta scritto che applicando la teoria liberista si debbano compiere reati in ambito finanziario? Quale liberista ha mai sostenuta che una banca deve prestare soldi pur in assenza totale di garanzie? Quale liberista ha mai giustificato le degenerazioni di una globalizzazione che sfrutta il lavoro infantile e calpesta i diritti delle donne lavoratrici? Se il mercato degenera in questi mali è perchè ha scavalcato regole che non ci sono e invece dovevano esserci, o se c’erano non sono state fatte applicare e rispettare dai pubblici poteri governati dalla politica. Cosa c’entra tutto questo con la condanna del liberismo o del neoliberismo? Se non si è d’accordo con tali ricette le si smonti, le si discuta, se ne dimostrino le incongruenze o le illogicità. Il mercato fa il mercato e il capitalismo fa il capitalismo. La politica deve tracciare i binari sui quali far correre correttamente i due treni più grandi che lo sviluppo umano abbia mai conosciuto. Smettiamola di addebitare alla teoria liberista la commissione di crimini che con quella teoria non hanno nulla a che spartire. Iniziamo a parlare di governo dell’economia mediante gli strumenti del diritto. L’equazione responsabilità della crisi uguale fallimento del libero mercato si è dimostrata sbagliata. La politica deve tornare a dettare le regole affinchè i mercati possano correttamente funzionare senza pericolose degenerazioni, frodi o corruzioni. Riprendendo la metafora iniziale, non sono i giocatori o il gioco che devono fermarsi, ma è l’arbitro che deve ricominciare a fischiare.

lunedì 19 aprile 2010

La vera storia di un patto scellerato

Il primo dovere di un buon storico è l’onestà. E’ raccontare fatti, cause e conseguenze. In Italia i fatti vengono spesso mascherati. Ecco un esempio. E’ il 23 agosto 1939, siamo a Mosca. Il ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica Vjaceslav Molotov ed il Ministro degli Esteri tedesco Joachim Von Ribbentrop firmano un patto di non aggressione tra i rispettivi Paesi. L'accordo definiva, tra l'altro, le sfere di influenza del Terzo Reich e dell'Unione Sovietica per le zone vicine ai confini dei due stati. La conseguenza più clamorosa del trattato fu,con tutta probabilità, la divisione del territorio polacco tra russi e tedeschi, operazione considerata come uno dei fattori causali determinanti dell'inizio della Seconda guerra mondiale. Nei libri di storia delle superiori ve lo avranno presentato come un capolavoro diplomatico. Una furbata dell’astutissimo, genialissimo Stalin, il quale era così geniale ed astuto da capire che era necessario prendere tempo per rinviare l’inevitabile attacco tedesco e che il nostro saggio e previdente dittatore comunista accettò di sottoscrivere quegli accordi poiché questi riuscirono a tamponare una situazione di pericolo, cosa che gli permise di avvantaggiarsi di poco più di un anno di pace. Anno nel quale Stalin rese fortissima ed invincibile l’armata sovietica e che permise di elaborare quella tattica elastica, fatta di attacchi ad ondate ed imboscate, che distrussero l’esercito tedesco. Falso. Niente di tutto ciò. Il motivo del patto, sgradevole e blasfemo, è semplice: Stalin e tutti i comunisti del mondo appoggiarono Hitler. Senza che fosse permesso manifestare alcuno sdegno per l’alleato nazionalsocialista. Questo permise all’Unione Sovietica di mettere le grinfie su Estonia, Lettonia, Lituania e mezza Polonia e di sottomettere benché sconfitta la Finlandia che diventò una sua appendice. La questione si lega con il filo morale della Resistenza. Infatti quando il ministro ebreo degli Esteri Litvinov venne licenziato perché ebreo e sostituito da Molotov affinchè non imbarazzasse i camerati tedeschi, la vergognosa alleanza si avviava ad essere completata. Fu il momento in cui la linea di confine tra comunisti e fascisti(o nazisti se preferite)divenne flebile e debolissima. Soprattutto, ma questo molto probabilmente nessuno ve lo ha mai raccontato, tra i comunisti francesi che applaudivano alla svastica che garriva a Parigi. Perché vi domanderete. Perché per i comunisti era la distruzione di ciò che avevano sempre odiato e combattuto. La distruzione della borghesia, del capitalismo, del liberalismo. La
verità è che Stalin si innamorò di Hitler. Lo considerava il suo modello a partire dalla Notte dei lunghi coltelli in cui il Fuhrer aveva fatto fuori tutta l’opposizione interna. Stalin non volle credere a nessuno di quelli che lo mettevano in guardia contro il tedesco, li fece imprigionare tutti o fucilare. Era proibito dire che l’alleanza col Terzo Reich fosse un grave errore. Non solo.Altro particolare inquietante e sconosciuto è che la parte della
Polonia occupata dai comunisti faceva gentile dono di tutti gli ebrei tedeschi e i rifugiati politici che credevano di potersi salvare nella patria del socialismo. Si racconta che Stalin ebbe un collasso fisico quando seppe dell’attacco tedesco, crollò su una poltrona incapace di convincersi del tradimento di Hitler.Doveva essere un errore, una provocazione, un fraintendimento.Almeno secondo Stalin. Intanto i tedeschi avanzavano e il territorio russo era sprovvisto di qualsiasi difesa, con un esercito incapace di combattere anche perché le purghe del 1937 avevano condannato a morte quasi per intero il corpo degli ufficiali superiori. Quel che accadde dopo, lo sappiamo tutti. Fu il popolo russo e non il Partito Comunista a resistere e costringere alla ritirata l’esercito tedesco. I russi pagarono un prezzo elevatissimo per l’incompetenza di Stalin, il quale aveva amato Hitler, ma l’amore non era ricambiato. La figlia di Winston Churchill raccontò che il padre fu sul punto di picchiare Stalin alla conferenza di Teheran,dopo che questo disse di Hitler: “Comunque è un genio.” La coscienza di tutti i comunisti era indelebilmente macchiata. Si decise però di mettere tutto a tacere. Di occultare lo scempio.Quella vergogna doveva essere cancellata con il bianchetto,tolta dai libri di storia italiani e fatta sparire per sempre. E’diventato lecito citare il Patto Ribbentrop-Molotov esclusivamente come un’alleanza eccezionale, un grande colpo diplomatico.In aggiunta, nel nostro Paese hanno fatto credere che il revisionismo sia negazionismo. Ne sa qualcosa lo scrittore Giampaolo Pansa, autore de “Il sangue dei vinti”. Nulla di tutto ciò. Il revisionismo è semplicemente il lavoro dello storico onesto. Non è una questione di politica, ma di essere amici della verità e del fatto che la verità deve essere accessibile,pubblica e pubblicata.

500 euro? No, grazie

La proposta la ricorderete di certo. Regalo di 500 euro proposto dal Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta al fine far uscire di casa i cosidetti bamboccioni. Non so voi, ma io ho sempre pensato che fosse una provocazione in perfetto stile da politico d’assalto qual è Brunetta. In ogni caso, Ministro, lasciamo perdere. Per uscire di casa, diventare indipendenti, costruirsi la propria casa e la propria famiglia, ai ragazzi italiani 500 euro al mese non servono a niente se non a prosciugare le già vuote casse dello Stato. Per offrire un futuro ai suoi giovani l'Italia ha bisogno di un'iniezione di meritocrazia, di trasparenza,di ammortizzatori sociali, di politiche salariali. Il problema non sono i 500 euro. I problemi per questa gioventù sono altri. Il problema è un’università pubblica arretrata, lenta, incapace di formare, lontana dai circuiti internazionali. Un’università antimeritocratica, dove il pezzo di carta viene regalato a quasi tutti creando effimere illusioni ed irrealizzabili aspettative. Dove i giovani laureati non solo saranno disoccupati ma sono inoccupabili, sì proprio inoccupabili avete letto bene, perché non sono capaci di fare nulla, non hanno alcuna competenza. Perché pieni di nozioni che non hanno traduzione a livello lavorativo(e penso soprattutto a certe facoltà…). Il problema è una ricerca sulla quale da un lato non si permette di investire liberamente ai privati, ma dall’altro non investe nemmeno lo Stato italiano. Il problema sono i sindacati che difendono lo status quo e cioè il "mercato del lavoro duale", dove chi ha un buon contratto è al sicuro e chi invece è precario non ha tutele né garanzie. Il problema è la gerontocrazia imperante, che permette a 70-80enni di decidere in perpetuo i destini politici ed economici del nostro Paese, considerando i 30enni poco più che bambini e i 40enni ancora "giovani". L’Italia spende il 60% della propria spesa sociale in pensioni,quando la media europea è al 45%. Quel 15% di differenza, in Germania ad esempio, va agli ammortizzatori sociali e al contrasto della povertà.
Ennesimo sintomo di come il nostro Paese non guardi al futuro e non sia nemmeno in grado di gestire intelligentemente le proprie spese. Siamo una nazione che investe sulla vecchiaia. Tornando alla proposta di Brunetta,io lo stipendio statale non lo voglio, ma esigo che lo Stato attui tutti i provvedimenti possibili affinchè
possa investire sul futuro e dimostrare il mio valore. Voglio uno Stato che garantisca a tutti le stesse condizioni di partenza e che stimoli la competizione. Riassunto in un’unica parola chiedo meritocrazia. Non
pretendo aiuti dalla collettività, ma voglio la promozione del merito. Allora ho elaborato qualche idea da suggerire al Ministro. Riformiamo le pensioni, facciamo una legge per mandare a casa i gerontocrati che
imperano specialmente in certi ambiti(università adesempio), promuoviamo la riforma del welfare per i
precari e le giovani partite IVA, premi e servizi per le nuove famiglie con figli, affitti agevolati per gli under30. Anche i sindacati, e non solo la politica, hanno perso da tempo di vista l’importanza della questione giovanile, o forse non l’hanno mai inquadrata correttamente: penso ai luoghi comuni sull’evasione (e sulla
riforma) fiscale, difesi da certi sindacalisti. E’ mai possibile che ai precari con partita IVA s’applichino studi
di settore e presunzioni varie di evasione, mentre pensionati e dipendenti si considerino sempre santi (o martiri) delle tasse? E che dire di quei pensionati(pochi, si spera) che continuano a lavorare (in nero) o
di quei dipendenti part-time con secondo impiego“nascosto” (altrettanto pochi, incrociamo le dita)?
Quelli sì che sono soldi e posti di lavoro rubati ai più giovani, come d’altronde la montagna di contributi
previdenziali versati oggi, che rischieranno d’essere imposte a perdere senza la revisione del sistema. Ecco
che il termine “bamboccioni” e la provocazione di una legge per mandare via di casa i 18enni rivelano, questo
è fuor di dubbio, la buona fede del Ministro Brunetta, ma si dimostra certamente assai fuori luogo,
come ogni altra boutade analoga di questi tempi. So che non è per tutti così (anzi), ma io sono innamorato
del mio futuro e quell’amore, nonostante tutto, non l’ho ancora perduto. Di certo il problema è diventato serio,grave, umanamente pesante, e lo diverrà ancora di più se non si faranno scelte responsabili, sacrifici,
riforme, se non si ribalteranno gli equilibri tra chi ha avuto e chi darà. Che cosa aspettiamo, ancora?

giovedì 8 aprile 2010

Professionisti e tariffe minime. Alfano, un falso liberale?

Il Ministro della Giustizia Angiolino Alfano riguardo alle libere professioni ha dichiarato: “ E’ urgente togliere tutte quelle regole che non servono ma creano solo ostacoli alla libertà e alla crescita dei cittadini.” Scelta coraggiosa e apprezzabile. Almeno a parole. Ora che la recessione allenta la presa, è necessario liberalizzare ulteriormente il mercato per renderlo più efficiente e competitivo. Proprio per questo desta più di qualche perplessità l’annuncio di Alfano di reintrodurre le tariffe minime delle prestazioni: la loro introduzione non ha portato alcun beneficio ai cittadini ma ha solamente danneggiato i professioni italiani, sostiene il Ministro. L’abolizione delle tariffe minime, introdotta con le celeberrime “lenzuolate” di Pieluigi Bersani, sempre contestata dagli ordini professionali, è però ritenuta da molti osservatori economici uno strumento per aumentare la libertà negoziale. Ci sono due ipotesi sulla reintroduzione delle tariffe minime. La prima è che queste si collochino ad un livello molto basso in termini economici, e allora sarebbero sostanzialmente inutili. La seconda è che si collochino sopra i prezzi di mercato di alcune prestazioni professionali. In quest’ultimo caso le conseguenze sono chiare. Da un lato i cittadini con una bassa fascia di reddito correrà il rischio di non poter accedere ai servizi professionali; dall’altro lato i colleghi più giovani dovranno fronteggiare la concorrenza dei loro colleghi più esperti e già affermati, senza poter usare la leva del prezzo più conveniente per poter richiamare l’attenzione dei potenziali clienti. I principali benefici delle tariffe minime, viceversa, vanno a favore dei professionisti mediocri, che vedono la loro posizione protetta da un intervento legislativo. Dall’altro lato va rilevato che le tanto acclamate “lenzuolate” non sempre hanno prodotto i risultati attesi. Plauso quindi ad Alfano per aver convocato e dato ascolto all’elitè dei professionisti che stanno risentendo della crisi. Tuttavia il “liberale” Alfano non si dimostra propriamente tale in quanto le esigenze delle corporazioni andrebbero sempre contemperate con la necessità di non invertire la benefica tendenza ad ampliare gli spazi concorrenziali anche tra i lavoratori autonomi.

giovedì 4 febbraio 2010

Il welfare dei privati

Molto si è parlato in questo periodo di crisi del ritorno dello Stato. Tuttavia il ritorno dello Stato nei meccanismi dell'economia non solo non è auspicabile da chi, come i liberali, crede fermamente del libero mercato, ma è di fatto impossibile. Pensiamo all'Italia. Il nostro Paese ha il terzo debito pubblico al mondo. La spesa pubblica non può in alcun modo essere pompata come metodo di risoluzione della crisi economica. Il sistema collasserebbe. Crisi nuove impongono nuove soluzioni. Un particolare aspetto del libero mercato, spesso trascurato dall'informazione economica, è quello del welfare dei privati. La crisi può essere battuta dai privati. Senza l'aiuto dello Stato. Che cosa è il welfare dei privati? Sono tutta quella serie di associazioni, gruppi ed iniziative che partono dal basso, cioè dai cittadini, e funzionano come forme di assistenza solidale nei confronti di coloro che si trovano in difficoltà. Se pensiamo al sistema anglosassone, alla Svezia o anche alla Germania ci accorgiamo come il sistema del welfare si basi molto sui privati. Questi gruppi, proprio perchè composti da privati, sono molto attenti alla selezione degli interessi e giocano a vantaggio di chi ne ha realmente bisogno e necessità. Vengono così evitate le odiose forme di clientelismo, assistenzialismo, di funzionari nominati dai partiti che costituiscono un vero e proprio cancro nel nostro Paese. Lo Stato non deve intervenire bensì cercare solamente di promuovere tali iniziative e di mettere i privati nelle condizioni di realizzarle. Alcuni esempi? "Repubblica degli stagisti" è un'associazione che si mobilita per la selezione, garantisce la qualità e favorisce l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro o la responsabilità sociale delle imprese per la quale ad esempio le stesse costruiscono gli asili per i figli dei dipendenti o alcune iniziative della Chiesa Cattolica o i cosidetti placement office. In altre parole per welfare dei privati si intendono tutte quelle iniziative con sfondo solidaristico e che sono espressione della consapevolezza dei cittadini della incapacità dello Stato di ovviare alle condizioni di debolezza. Loro stessi si mobilitano per fronteggiare queste situazioni di debolezza economico-sociale secondo quel senso di "fraternitè" di derivazione illuminista. Molto spesso inoltre c'è anche un ritorno in termini economici e di sviluppo. Viene seguito un principio di libertà nella strutturazione di queste aggregazioni che possono creare sviluppo e questo naturalmente va a vantaggio di tutti. Si crea pertanto una rete. Aiutare un cittadino a rimuovere le proprie difficoltà affinchè questo superato tale momento possa fare lo stesso verso altre persone. Il perno del sistema non è l'assistenzialismo bensì lo spirito di solidarietà che crea una interazione virtuosa tra privati. Qual è il rapporto tra welfare dei privati e la normativa italiana? Il welfare dei privati cerca di riempire le lacune dello Stato sociale e garantire un livello minimo di trattamento superiore a quello previsto dalla normativa. Serve a garantire migliori standard di tutela in un'ottica puramente privatista per la quale le aziende che forniscono un'occupazione di qualità fruiscono di un ritorno di immagine e di pace sociale. Il welfare dei privati è uno strumento di merito attraverso tali associazioni infatti si riesce a selezionare i migliori ragazzi e a garantire loro un'occupazione di qualità. Come dicono tutti gli economisti liberali americani i diritti costano, non basta scriverli in leggi per garantirli, ma servono risorse. Lo Stato non ha queste risorse. Di conseguenza i privati cittadini sentono la necessità di organizzarsi secondo un principio di solidarietà. In Italia tale fenomeno può essere aiutato nella sua evoluzione perchè fortunatamente esiste un alto livello di risparmio privato. Allora è necessario partire proprio dai privati e anche da queste forme associative spontanee per costruire uno sviluppo che il nostro Paese attende da troppo tempo.

domenica 10 gennaio 2010

Libertà+Gioventù= Futuro. Piccoli passi avanti(ed indietro) del nostro Belpaese.

Che l’Italia non sia un Paese per giovani è oramai arcinoto, che l’immobilismo sociale regni sovrano e la meritocrazia sia spesso latitante anche. Fortunatamente il 2010 si apre con una buona notizia. Arrivano infatti le pagelle per i docenti universitari. Come stabilito dalla riforma Gelmini. L’obiettivo è quello di rendere trasparente, ”misurabile” e pubblico il lavoro che hanno svolto. Chiunque potrà sapere se un docente si impegna o se un altro, invece, tira i remi in barca. Qualità della didattica e della ricerca, finora oggetti misteriosi e inafferrabili, saranno documentati fin dai prossimi mesi. Una vera rivoluzione, nell’Italia che, con un ritardo storico, muove i primi passi sul difficile terreno della valutazione già percorso dalle private come la Luiss Guido Carli di Roma. Come verranno date le pagelle? Quali saranno i criteri di giudizio? «Le pubblicazioni scientifiche, gli insegnamenti tenuti nel corso dell’anno, il totale delle ore trascorse in cattedra, il numero degli esami registrati in qualità di titolari della materia, le tesi di laurea o di dottorato di cui si è stati relatori» costituiranno i parametri di base. Professori ordinari, associati e ricercatori saranno obbligati da quest’anno a inserire nella “anagrafe nazionale nominativa”, gestita dal ministero dell’Università, tutto ciò che li riguarda, in pratica tutto il lavoro svolto nell’anno che si è appena chiuso. Manca ora solo l’ultimo passo, ovvero il Decreto del Ministro, per avviare la legge. Ma che cosa accade a chi non fa il proprio dovere? Che cosa rischia chi non fa ricerca o è latitante alle lezioni? Vedrà alleggerirsi la busta paga, per lui saranno dimezzati gli aumenti a partire dal 2011 (la data è stata decisa per permettere ai docenti di adeguarsi). In poche parole i baroni che trascurano didattica e ricerca perderanno il diritto ad avere in pieno gli scatti biennali, poiché la Gelmini ha legato le retribuzioni alla meritocrazia e alla qualità dei risultati. «Basta fondi a pioggia - ha detto di recente il ministro - i nuovi stipendi non prevedono progressioni automatiche, in cambio arrivano valutazione e merito». Dunque, la mancata effettuazione di pubblicazioni scientifiche nel biennio precedente comporta il dimezzamento dello scatto biennale. L’anagrafe non conterrà solo la ”carta d’identità” dei singoli professori, «ma anche la relazione fatta dal rettore al consiglio di amministrazione e al senato accademico sull’esercizio annuale dell’ateneo, un po’ come se fosse un’azienda» , ha spiegato Andrea Lenzi, Presidente del Consiglio Nazionale Universitario. Chi omettesse la pubblicazione e la trasmissione di tali dati avrebbe una penale, con la riduzione del finanziamento ordinario erogato dal ministero. Un sistema simile a quello che sta per partire in Italia è già stato sperimentato con successo in Francia. Anche negli altri Paesi dell’Ue, comunque, la valutazione dei risultati è molto più avanti rispetto alla nostra.

Un buon provvedimento dunque, ma non dimentichiamo che in Italia è ancora vigente il valore legale del titolo di studio che è sicuramente uno dei mali più profondi e radicati del nostro sistema scolastico. Sarebbe necessario eliminare prima questo problema e poi dedicarsi ad altre e pur sempre lodevoli soluzioni come le valutazioni dei professori universitari. In che cosa consiste il valore legale del titolo studio? In tutto il mondo, solo la legge italiana conferisce "valore legale", cioè il potere di produrre effetti giuridici, ai titoli di studio che si adeguano agli standard nazionali normativamente previsti. In Italia il titolo di studio non è un semplice titolo accademico, che attesta il superamento di un corso di studi, bensì un vero e proprio certificato pubblico, rilasciato “in nome della Legge” dall'autorità accademica nell’esercizio di una potestà pubblica. Il valore legale del titolo di studio dichiara la certezza del possesso di una data preparazione. Tale certezza legale opera non solo nell’ordinamento didattico, consentendo il proseguimento degli studi, ma in tutto l’ordinamento giuridico nazionale, consentendo, ad esempio, la partecipazione a pubblici concorsi, scatti di carriera o l’esercizio di determinate professioni.

Il valore legale del titolo di studio crea una distorsione del mercato del lavoro (quello pubblico e le libere professioni) e soprattutto è la causa principale della bassa qualità generale dei nostri atenei che, sicuri del fatto che lo stato equipara il valore dei loro certificati a quello di ogni altra università, non hanno alcun incentivo per migliorare la qualità dell' insegnamento e anzi proliferano come “diplomifici” senza valore effettivo, ma riconosciuti legalmente.

Qualsiasi riforma che voglia promuovere la meritocrazia non riuscirà a funzionare se prima non si abolisce il valore legale del titolo di studio, perché altrimenti l'interesse degli studenti sarà quello di andare nell'università più facile per ottenere un "pezzo di carta" sempre con lo stesso valore e professori e università non avranno nessun reale incentivo a migliorarsi per attrarre più studenti e più fondi.



Chiudiamo con una provocazione rintracciabile nelle riflessioni del Presidente Luigi Einaudi: "Sono vissuto per quasi mezzo secolo nella scuola; ed ho imparato che quei pezzi di carta che si chiamano diplomi di laurea, certificati di licenza valgono meno della carta su cui sono scritti. Per alcuni - vogliamo giungere al 10 per cento dei portatori di diplomi? – il giovane vale assai di più di quel che sta scritto sui pezzo di carta od, almeno, del pregio che l'opinione pubblica vi attribuisce; ma « legalmente » l'un pezzo di carta è simile ad ogni altro e la loro contemplazione non giova a chi deve fare una scelta tra coloro che offrono se stessi agli impieghi ed alle professioni".



Piccoli passi in avanti verso la meritocrazia e la fine delle baronie? Così sembrerebbe, anche se il Governo farebbe un passo indietro notevole se venisse trasformato in legge il ddl già passato in Commissione Giustizia al Senato lo scorso novembre sulla riforma della professione forense. Un colpo basso verso i giovani laureati in Giurisprudenza e tristemente illiberale quello messo a segno dalla maggioranza in questo caso. Il disegno di legge prevede l’esclusione dei giovani avvocati dalla figura di mediatore, vera e propria colonna portante dell’ultima riforma del processo civile. Basta? Ovviamente no. Vengono reintrodotte le tariffe “minime e vincolanti” per gli avvocati, ma nessun onorario per i praticanti. La pubblicità viene severamente regolamentata, l’esame di abilitazione più oneroso e l’impossibilità di costituire società di capitali per l’esercizio dell’attività viene convintamente ribadita.

L’Italia non è un paese per liberalizzatori, né per giovani meritevoli dicono. Come si vede, si alternano passi avanti a passi indietro. La compiuta realizzazione dello Stato liberale è ancora lontana. Ma forse è giunto il momento per la rivoluzione liberale che da troppo tempo parte del Paese si aspetta? Forse i tempi per le necessarie riforme liberali sono maturi? E quelli per rompere l’immobilismo sociale e il sistema delle caste? Lo saranno solo se l’iniziativa partirà dai giovani. I giovani sono la spinta ed il serbatoio del cambiamento. Perché un Paese senza giovani è un Paese senza futuro ed un Paese senza futuro è un Paese che si avvia definitivamente al tramonto. Non facciamo in modo che un’intera generazione venga lasciata nel nulla. Lontano da tutto e da tutti, a morire nella noia, nell’apatia, nei privilegi immeritati, nell’istruzione antimeritocratica, nei concorsi truccati, nella burocrazia, nella nullafacenza di certi posti fissi e certi impieghi statali. No, non possiamo permettercelo. Il rischio della catastrofe sarebbe decisamente troppo elevato.