lunedì 23 febbraio 2009

Intervista a Piero Ostellino

Ecco l'intervista da me realizzata telefonicamente a Piero Ostellino, ex Direttore ed Editorialista del Corriere della Sera.
I grandi quotidiani americani sono in crisi di vendite. Come noto quello che accade negli Stati Uniti anticipa quasi sempre ciò che poi succederà in Europa. I nostri quotidiani hanno motivo di preoccuparsi? Se si, quali cause sono sottese a tale tendenza?
C’è un forte motivo di preoccupazione. Se continua questa flessione di vendite nel giro di 5 anni si corre il rischio che i quotidiani chiudano. Le cause sono sostanzialmente due. Una prima causa la definirei strutturale. La struttura dell’informazione è evoluta. Internet, le televisioni, il digitale terrestre, soffocano i giornali ed i quotidiani in particolare. La seconda causa è interna alla stampa. I giornali sono troppo spesso intenti a parlare di politica, delle divisioni di questa, delle teorie economiche e sociali. I quotidiani si dimenticano della gente comune. Non si parla più dei fatti dei cittadini, che sono poi quelli che interessano il grande pubblico e di conseguenza fanno vendere.

I giovani leggo sempre di meno i giornali ed i quotidiani in particolare. Perché? Come salvaguardare allora la vita dei quotidiani?
I giovani è vero leggono sempre meno i giornali, ma esiste un motivo. Nessuno li educa più a leggere. La mia generazione a scuola veniva interessata alla lettura. Così ci si appassionava tanto ai classici quanto alla lettura dei giornali. La scuola di oggi sembra incapace di interessare i ragazzi alla scoperta, alla curiosità, all’informazione. Inoltre sono aumentati i veicoli di distrazione che li allontanano dalla conoscenza, basti pensare ad internet, telefonini, televisioni, discoteche. I quotidiani possono salvarsi solo raccontando fatti che interessano alla gente. Le faccio un esempio. Dopo 55 richiami della Corte dei Diritti dell’uomo, la nostra Corte Costituzionale ha finalmente emanato una sentenza sull’esproprio di una proprietà privata da parte dello Stato. Esproprio prima pagato al 30% del valore della proprietà ed ora, dopo la sentenza, pagato a prezzo di mercato dallo Stato. Questo è un fatto che non ha trovato spazio, ma riguarda i cittadini in prima persona.

Giorgio Bocca nel suo ultimo libro sostiene che i giornali siano avvelenati dalla pubblicità che è anima del commercio e che questo li porti a crisi tanto di gigantismo di notizie effimere quanto alla spettacolarizzazione del macabro, fino ad essere riduttivi sulle notizie serie. E’ d’accordo?
La pubblicità inquina e manipola soprattutto i giornali di consumo. I quotidiani sono influenzati in maniera molto minore. Il problema è che i quotidiani hanno oramai preso a raccontare fatti e fatti anche seri come fossero quelli di un reality show. Prendiamo il caso della povera Eluana Englaro, invece di addurre le ragioni etiche, politiche, giudiziarie che potevano emergere da questa vicenda si è andati dietro alle varie opinioni e divisioni politiche.

L’informazione in internet sembra diventare sempre più dominate e totalizzante, come è cambiata o cambierà l’informazione con la prepotente ascesa della rete? Aumenta veramente il pluralismo,la libertà di informazione,di opinione e di stampa?
Sicuramente internet aumenta la massa di informazioni e di notizie. La domanda che bisogna porsi credo sia un’altra. Internet aumenta la nostra conoscenza? In questo caso credo che la risposta sia negativa. La rete ci inonda di notizie ma spesso questo profluvio di informazioni nasconde e fa venire meno il riconoscimento delle dinamiche che muovono la storia, dei rapporti causa-effetto. E’ indubbio comunque che più fatti vengono raccontati, meglio è. Bisognerebbe poi, come detto, spiegare le cause dei fatti. Un altro problema di internet sono le innumerevoli inesattezze e la spazzatura culturale che la rete ogni giorno ci presenta. Serve una navigazione attenta ed oculata nel mondo dell’informazione globale che deriva imprescindibilmente dalla conoscenza.

Secondo quanto detto, dovremmo aspettarci una ridefinizione del ruolo del giornalista? Di quali nuove competenze necessiterà il giornalista di domani?
Oramai il giornalista dei quotidiani è diventato un giornalista-impiegato che timbra notizie non verificate. Le trova su internet o le apprende dalle agenzie di stampa. La cronaca fatta sul posto e sul momento è finita. E’ finito il tempo in cui il riportare fatti imponeva uno sforzo fisico e mentale. Direi che con l’avvento dei comunicati stampa e della loro lettura acritica da parte della maggioranza dei giornalisti che molte competenze proprie della professione siano venute meno. Mancano lo spirito critico e le azioni giornalistiche di un tempo. C’è anche un deficit di conoscenze specifiche. Basta osservare i corrispondenti all’estero. Non sono più informati come un tempo sulle dinamiche interne, sulla cultura del paese in cui si è inviati a fare corrispondenza. Acquisiscono conoscenze e notizie e conseguentemente si informa basando tutto il lavoro sui comunicati delle agenzie di stampa nazionali. Metodo senz’altro più veloce e meno faticoso, ma il servizio ne perde in qualità.

In Italia si parla sempre di quotidiani controllati da veri e propri centri di potere. C’è chi arriva a parlare di scomparsa dei fatti per ordine degli editori. Quanto c’è di vero in queste costatazioni? E’ realmente così malato il sistema italiano dell’informazione?
Credo che siano affermazioni iperboliche. Non credo nè ho mai saputo o visto in tutta la mia carriera un editore che ogni giorno telefonasse per dire cosa scrivere e cosa non scrivere, quale notizia dare e quale no. Ritengo che sia solo una giustificazione per le cortigianerie dei singoli giornalisti, che in Italia si nascondono sempre dietro espressioni come “poteri forti” e “centri di potere”, ricercano congiure di palazzo che non esistono.
Spesso si accusa il Presidente del Consiglio di esercitare pressioni sui giornali e le televisioni posseduti dalla sua famiglia e dai gruppi da lui fondati. Qual è la sua impressione?
Per come sono impostati alcuni di questi mezzi di informazione un minimo sospetto ci può essere. Tuttavia non credo proprio che Berlusconi possa ogni giorno influire personalmente sui suoi media. Semmai sono altri a farlo. Non mi sembra nemmeno che questi avallino in maniera così acritica la sua linea politica o almeno non tutti. Anche perché Berlusconi non ci guadagnerebbe nulla politicamente. Gli giova senza dubbio di più che i suoi giornali mantengano una linea critica anche se ovviamente sarebbe difficile immaginarli allineati a sinistra. Tuttavia un atteggiamento liberale dei giornali di Berlusconi sarebbe auspicabile per la sua immagine pubblica.
Un ultima domanda: oggi è ancora possibile parlare di un’ etica del giornalista?
Un minimo di deontologia è necessario e deve essere preservato. Oggi come ieri. Basta che il giornalista riporti la notizia vera e il fatto così come è accaduto. Bisogna evitare sistemi teleologici nei quali la notizia abbia secondi fini, ovviamente poco ortodossi.

mercoledì 4 febbraio 2009

Intervista a Mario Segni sul progetto Appello per la Democrazia

Intervista da me realizzata all'ex deputato ed europarlamentare, Professore di diritto Civile presso l'Università di Sassari, Mario Segni.

Professore, da dove, per quali motivazioni e per conseguire quali scopi nasce questo progetto, da lei fondato, chiamato Appello per la Democrazia?
E' una battaglia che dura da vent'anni. Ai primi anni 90 il movimento referendario è nato per trasformare lo stato italiano, strettamente parlamentare e creato su un modello ormai inadeguato, in una democrazia moderna aperta alla società e funzionale. Non dimentichiamo che con quei referendum portammo in Italia alcune regole della democrazia americana, la elezione diretta del sindaco e del governatore. E' un nuovo capitolo di una lunga campagna.

La scelta di farla conoscere e pubblicizzarla primariamente mediante sito internet e face book è ovviamente una scelta mirata. Ripone fiducia in questa politica che vuole sfruttare il mezzo telematico?Perchè questa scelta? Questione di costi (contenuti in rete) o pensa che possa avere maggior presa la pubblicizzazione dell’organizzazione via internet?
Tutti questi motivi. E' la più semplice, la più economica, la più moderna e la più efficace, sopratutto rispetto al mondo giovanile. lo vedo anche in questa piccola esperienza. Noi abbiamo acquistato mezza pagina sul Corriere della Sera, in posizione di grande visibilità, contemporaneamente messo l'appello su Facebook. Il numero delle adesioni è in rapporto di 2 a 1 a favore di Facebook.

Personaggi di grande spicco, ma anche di grande eterogeneità a livello politico ed ideologico hanno risposto al suo Appello, qual è la radice che accomuna queste personalità?

Per fortuna l'esigenza di migliorare ammodernare la macchina dello Stato e la vita pubblica è molto sentita. Un obbiettivo per tantissimi cittadini. Gli unici che ci pensano poco sono i politici.

Il progetto, mi consenta di dirlo, sembrerebbe configurarsi più come una societas di intellettuali che non come una vera e propria organizzazione politica, non pensa che potrebbe mancare di concretezza? L’obiettivo è fare politica o semplicemente sensibilizzare i cittadini?
Ma questa non è una associazione politica, assolutamente, e non sarà mai un partito. Siamo di culture diverse, di partiti diversi, o semplicemente per molti, fuori della politica. Siamo un gruppo di uomini liberi che si mette assieme per spingere, spero in modo definitivo, la riforma delle istituzioni, per portare da noi alcune regole della grande democrazia americana. Perchè anche in Italia, come abbiamo scritto, possa nascere un Obama.

I punti fondamentali del vostro programma sono di chiara matrice liberale. Si può parlare ancora nell’Italia del 2009 di liberalismo? E’ una dottrina ancora valida concretamente?
I punti fondamentali dello stato liberale, nel senso dello stato di diritto e della separazione dei poteri, fanno ormai parte del patrimonio delle democrazie occidentali. Si tratta di adattarli alle caratteristiche di ogni paese e di renderli effettivi, funzionanti. In Italia per esempio la regola della lista bloccata tende a svuotare uno dei pilastri della democrazia, quello per cui l'elettore sceglie il suo rappresentante in Parlamento.
Il sistema maggioritario è uno dei cavalli di battaglia dell’organizzazione. Perché? Cosa garantisce in più rispetto al proporzionale? Di certo non una maggiore rappresentatività…

Garantisce la scelta del governo da parte dei cittadini e la stabilità, Due elementi essenziali per una vera democrazia. Non dimentichiamo la prima repubblica; durata media di un governo nove mesi, e governi fatti e disfatti dai segretari dei partiti in barba alle scelte degli elettori.

Lei parla anche di “scelta popolare del governo”. Che cosa intende sostenere in questo punto?
Quello che ho appena detto: il governo deve essere scelto dai cittadini con le elezioni, e solo i cittadini con un altro voto possono cambiarlo. Obama e Sarkozy rimangono in carica sino alle prossime elezioni. Da noi si è affermato il principio, imposto dal referendum del 93, tanto è vero che ad ogni elezione si confrontano i due candidati a premier, ma non si sono ancora fatte le regole per garantirlo, con la conseguenza che varie volte i vincitori, veda Berlusconi e Prodi negli ultimi anni ad esempio, sono stati disarcionati da iniziative parlamentari. Un danno per l'Italia e una beffa per i cittadini.

L’ultima idea del suo programma, è quella che richiama la separazione dei poteri e la reale autonomia delle istituzioni. Perché attualmente non sono realmente autonome?E i poteri non sono separati?
Guardiamo all'eterno conflitto tra politica e magistratura. Ognuna delle due istituzioni cerca spesso di invadere il campo dell'altra. Quindi il governo, giustamente, si propone di riformare la giustizia. Ma in questa riforma dimentica, ad esempio, la prima regola che dovrebbe assicurare una piena separazione dei due poteri e che è prevista dalla Costituzione Italiana, cioè il divieto per un magistrato di candidarsi a qualunque elezione. E questo non è scritto nella riforma prevista, un pò per paura, un pò perchè sia alla destra che alla sinistra ogni tanto fa comodo candidare qualche magistrato illustre.

In conclusione, come rendere attuabile praticamente e concretamente il vostro programma? Con quali misure e provvedimenti? E ancora, in che modo l’associazione da lei fondata, ammesso che sia nata per farlo, potrebbe inserirsi nel panorama politico italiano?
Le prime battaglie da fare sono le primarie e il collegio uninominale. La campagna è solo all'inizio e stiamo studiando le iniziative più appropriate. Ma intanto non dimentichiamo che a giugno ci sarà il referendum contro la legge elettorale attuale, il famigerato Porcellum, quello che introdotto la lista bloccata, ed è una grande occasione, un treno che non dobbiamo perdere.

Mario Segni: Appello per la Democrazia

Parte da un sito internet e arriva ad avere il gruppo su Facebook. Questo è già un segno di novità. E’ la nuova organizzazione politico-culturale fondata da Mario Segni, professore di diritto civile prestato per lunghi anni alla politica come deputato e parlamentare europeo. Il titolo è grintoso, esclamativo: “Appello per la democrazia: Contiamoci!”. I firmatari ci sono e sono anche nomi prestigiosi. Da Giorgio Bocca a Gian Antonio Stella, da Cesare Romiti a Gad Lerner fino ad Andrea Camilleri passando per Renzo Arbore e Filippo Andreatta. Solo per citare i più noti all’opinione pubblica, insieme ad altre eminenze grigie del nostro paese e a gente comune che aderisce. Il progetto vuole essere ambizioso e cerca di sfruttare lo strepitoso eco di entusiasmo generato dall’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca. Cinque i punti principali ed ideali su cui verte il programma riformatore dell’organizzazione. Le primarie, interne ai partiti, si dovrebbero instaurare come consuetudine politica, così che siano gli elettori a scegliere i loro comandanti in campagna elettorale. Elezione democratica perciò del candidato premier di ogni coalizione, così che questa divenga realmente un primus inter pares scelto dagli elettori del partito. Al secondo punto, una delle premesse inviolabili dell’idea politica di Mario Segni. Adozione di un sistema maggioritario che garantisca stabilità e governabilità al paese. Capace di creare mediante collegio uninominale un solido legame tra eletto ed elettore. Sistema che potrebbe per altro garantire l’ingresso in parlamento di eminenti personalità in modo più semplice, mediante la possibilità degli elettori di esprimere un voto di preferenza. Il terzo punto recita una non meglio precisata scelta popolare del governo. Idealmente basata su un governo formato dai candidati con più preferenze attribuitegli dal voto e maggiormente competenti ad occupare un dicastero di loro effettiva e reale competenza. Il quarto punto esprime la meta finale dell’accidentato sentiero sulla quale la politica italiana sembra già essere avviata: il bipartitismo. Secondo Segni e soci questo dovrebbe garantire una maggiore chiarezza e stabilità tanto nella scelta che si troveranno a fare gli elettori tanto nella formazione di maggioranze e minoranze in Parlamento. Quinto ed ultimo punto di chiara ispirazione liberale. Separazione dei poteri e reale autonomia delle istituzioni. Portare ad una più ampia capacità di autogestione e quindi di responsabilità da parte degli enti ed assicurare, in particolare, l’indipendenza del potere giudiziario dalle intromissioni e le ingerenze dell’esecutivo. La democrazia americana è quindi il vero, reale punto di riferimento dell’organizzazione. Segni dà dunque vita al suo sogno di riformatore della vita pubblica prima e solo conseguentemente della vita politica. Un’organizzazione che vuole guardare così avanti da guardare oltreoceano. L’unica riserva è che per immaginare un futuro diverso e migliore si perda contatto con la dura e concreta realtà. E’ sotto gli occhi di tutti di come la speranza di cambiamento pervada indistintamente ogni parte del globo, Italia compresa. Resta ora il ben più difficile compito di tradurre la bellezza, la profondità dei messaggi e delle parole in fattispecie concrete.

Inchiesta sulla Giustizia in Italia

Il simbolo della Giustizia è una bilancia. L’equilibrio o meno tra i due piatti di quella bilancia dovrebbe essere garantito da pesi stabiliti con la stessa misura. In Italia, la misura adottata tra un peso e l’altro, tra bilancia e bilancia, è spesso diversa, purtroppo, a seconda delle situazioni e dei loro attori. E non solo. Ancor peggio, di frequente, quei pesi sulla bilancia finale della Giustizia ci arrivano con ampio ritardo, con troppo ritardo, tanto che la misurazione risulta quasi inutile.
La giustizia italiana è malata. Una malattia cronica. Per comprendere da dove derivano quei sintomi e di conseguenza stabilire una cura adeguata, come un buon medico è necessario capirne ed indagarne le cause. Analizzando la situazione del nostro paese possiamo evidenziare due grandi sintomi o se si preferisce due grandi problemi, individuando i quali si può risalire, con un ferreo ragionamento scientifico, alle cause del cronico male che affligge la salute del sistema giudiziario italiano. Il primo è la lentezza della macchina giudiziaria, dalla quale è deducibile per evidenza l’equazione giustizia lenta uguale giustizia negata. Il secondo è il controverso e spesso contrastante rapporto del potere giudiziario con gli altri poteri dello Stato (legislativo ed in particolare esecutivo).
Un ingranaggio difettoso. I tempi con cui oggi vengono definiti i processi sono oramai tali da non poter considerare la giustizia italiana degna di un paese civile. Sempre più numerose sono le sentenze di condanna emesse dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo a carico del nostro sistema a causa della lunghezza dei procedimenti giudiziari. L’Italia è oramai diventata in Europa un “sorvegliato speciale”. Che il potere giudiziario avesse bisogno di maggiori garanzie di indipendenza è fuori dubbio. Questo processo nell’arco di 50 anni si è avuto in tutti i paesi europei. D’altronde un potere giudiziario più forte mira ad irrobustire le garanzie del cittadino. Nel nostro paese però i modi con cui questo rafforzamento è stato perseguito sono certamente molto discutibili: il rafforzamento della magistratura è diventato un fine e non un mezzo, con la conseguenza che il miglioramento delle garanzie dei cittadini si è rivelato in gran parte illusorio. Una giustizia lenta è infatti una giustizia che non compie il proprio ruolo istituzionale: risolvere le controversie secondo la legge ed il diritto. Bisogna poi valutare un ulteriore fattore. Se le sentenze emesse siano in realtà dotate di “bontà” o meno. Per quanto la bontà di una sentenza sia quasi sempre opinabile, un parametro valutativo di questo fattore è la percentuale delle sentenze che vengono modificate in appello. Secondo un’indagine svolta dal ministero della giustizia sulle sentenze in ambito penale emesse negli ultimi dieci anni, in Italia, il 53% delle sentenze di primo grado è stato riformato in appello. Si tratta di un dato che può essere interpretato in senso positivo se ci si sofferma sulle capacità di autocorrezione dell’organo giudiziario, ma anche in senso profondamente negativo. Indica infatti una carente capacità professionale dei nostri giudici di risolvere adeguatamente i processi. Quali le ragioni di questa situazione? In primo luogo è certamente vero che la struttura del nostro processo, ispirata ad un perfezionismo formalistico che tende a moltiplicare le possibilità di appello e di ricorso, è troppo complessa. Solo l’Italia, tra i paesi europei, possiede una corte suprema (Corte di Cassazione) con oltre 400 magistrati impiegati. Nonostante questo, la Cassazione fatica a smaltire tutti i ricorsi che le sono scaricati addosso. Senza considerare poi i vistosi squilibri a livello di organico tra le diverse Procure. Dunque lo spirito che sembra permeare il nostro processo sembra essere riassumibile nel detto latino “fiat iustitia, pereat mundus!”, che preso alla lettera spiega bene lo stato della nostra giustizia. Sembra infatti che si tenda a perseguire la giustizia in astratto, con poca considerazione per le implicazioni concrete di questa scelta, anche se così i tempi di definizione delle cause diventano talmente lunghi da vanificare gli eventuali risultati positivi raggiunti dalla nostra amministrazione giudiziaria. Persiste inoltre una forte sottovalutazione degli aspetti organizzativi. Troppe volte si è sentito ripetere l’assioma “migliori leggi- maggiori risorse” come via risolutiva del problema. In realtà disporre di buone norme è solo il punto di partenza. Anzi, talvolta la moltiplicazione delle norme non fa altro che confondere ed ingolfare ulteriormente la macchina giudiziaria. Quanto alle maggiori risorse, bisognerebbe prima cercare di evitare i maggiori sprechi e gli inutili sperperi del nostro sistema amministrativo e giudiziario.
Il rapporto con la politica. Altra annosa e complessa questione è il rapporto di interazione tra politica e sistema giudiziario. Questa spirale di potere che tenta di avvolgere, spesso arrivando a strangolare, la Giustizia è manifestazione di cause contingenti alla struttura del potere giudiziario e alle pressioni che la politica può esercitare su tale istituzione. Partendo dalla struttura, l’organo di autogoverno della magistratura, il Consiglio Superiore della Magistratura, si compone per 1/3 di membri eletti dal parlamento ed è presieduto dal Presidente della Repubblica. E’ chiaro come l’indipendenza della giustizia non sia totale. Altro esempio, il CSM esercita l’azione disciplinare sui magistrati, azione disciplinare che può essere però promossa dal Ministero della Giustizia, che ricordiamo essere organo di espressione del potere esecutivo. Ancora, i pubblici ministeri esercitano le loro funzioni sotto la vigilanza del Ministero. Questi esempi chiarificano la non completa indipendenza del potere giudiziario e lasciano comprendere che se la politica è inquinata, fenomeno per altro non infrequente in Italia, allora anche la magistratura è inquinabile. Negli ultimi anni ci sono stati chiari e numerosi esempi di contrasto eccessivo o di tacita connivenza tra potere giudiziario e politica. Il meccanismo che si instaura è sostanzialmente il seguente. La politica tenta di proteggere i propri membri da scandali, possibili reati, condanne e accuse infamanti. Agisce su due piani. Su un piano legislativo, approvando leggi non sempre moralmente e politicamente ortodosse, spesso miranti a salvaguardare gli interessi della “Casta”. Poi agisce su un piano di intromissione. Pone gli uomini giusti nelle Corti, al Ministero, al CSM, in modo che possano essere superati anche i problemi relativi all’applicazione della legge così da garantire che le guarentigie assicurate loro dalle norme vengano recepite in modo effettivo, cioè rispettando la volontà del legislatore, dal potere giudiziario. Sfruttano in conclusione le poltrone disponibili negli organi del potere giudiziario per influenzarlo a proprio favore. A questo punto, di solito, qualche magistrato insorge. Inizia indagini approfondite, scuote l’opinione pubblica, utilizza ogni risorsa e mezzo a sua disposizione per sollevare il caso e portare qualche politico alle dimissioni e poi davanti al giudice. Spesso però quest’azione si traduce in un protagonismo dei giudici. Arriva la popolarità, cavalcano il successo. Diventano eroi, uomini di piazza, ospiti fissi nei talkshow. Ecco che allora è chiaro il quadro. Crisi ed instabilità politica, corruzione e concussione, vanno di pari passo con il protagonismo dei giudici e con l’ampliamento delle loro funzioni oltre la sfera di attribuzioni stabilita.
Uno sguardo all’Europa. Negli anni ’90, in Francia, Spagna e Portogallo giudici istruttori e pubblici ministeri hanno svolto indagini che, come in Italia, hanno coinvolto esponenti di rilievo delle proprie classi politiche: mentre ancora in carica, esponenti dei governi di questi paesi sono stati indagati, processati e condannati per fatti connessi al loro ruolo pubblico. In ogni caso, hanno visto la propria carriera politica seriamente compromessa. Solo la maggior stabilità di quei sistemi politici ha fatto si che l’espansione del potere della magistratura risultasse contenute e senza le conseguenza clamorose che ha avuto in Italia, dove per altro molti accusati o condannati sono rimasti al loro posto. Inoltre fra i cittadini dell’Unione Europea inoltre la giustizia ottiene, secondo i sondaggi UE, un indice di fiducia nettamente più elevato rispetto a partiti politici, Governo e Parlamento. Naturalmente, il verificarsi di questa possibilità è dipeso da molti fattori, ma soprattutto dalla presenza di una magistratura forte ed indipendente, specie se in presenza di una crisi della classe politica.
Qualche possibile rimedio. Tornando in Italia, bisogna finalmente rendersi conto che anche il rendere giustizia è un’attività complessa che richiede uno sforzo organizzativo costante, quindi la programmazione dell’impiego delle risorse e il coordinamento fra i vari attori.
Richiede conoscenze specialistiche, sia delle nuove tecnologie che sono in grado di aiutare notevolmente la trattazione dei processi, sia nello stesso campo dell’organizzazione. La nostra amministrazione della giustizia è in parte ancora sprovvista di queste conoscenze. Solo da poco si è cominciato a reclutare esperti in informatica e analisti dell’organizzazione. Ancora oggi, i dirigenti delle cancellerie, i capi degli uffici giudiziari, dirigenti del Ministero e magistrati sono digiuni di conoscenze che non siano di tipo giuridico-formale. Perciò, non ci si deve stupire che la nostra amministrazione della Giustizia funzioni in modo così insoddisfacente, quando si pensa che chi la governa è completamente priva di conoscenze sul come amministrare ed organizzare.