mercoledì 28 gennaio 2009

Il misterioso archivio di Gioacchino Genchi

Una storia vera di un personaggio da romanzo tra spie, intercettazioni e giochi di potere.

Gioacchino Genchi è un personaggio misterioso, controverso.
Qualche mese fa dichiarava in un’intervista: “Il mio archivio è la mia assicurazione sulla vita”. Il 26 gennaio ospite a Sky tg24 smentisce: “Non esiste nessun archivio.” Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parla iperbolicamente del “più grande scandalo della storia della Repubblica italiana” quando si riferisce all’archivio di Genchi. Questo dovrebbe contenere tabulati, numeri telefonici, tracce identificative di sim card di buona parte della classe dirigente del Paese. Il premier parla di 350mila persone controllate. La stessa opposizione(ad eccezione dell’Idv) richiede che la questione venga verificata in parlamento, dopo essere passata al vaglio del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica). In questa vicenda dai tratti oscuri, intricati, che vede come attori personaggi dei servizi segreti e dello spionaggio è bene iniziare a comprendere due punti fondamentali: chi è Gioacchino Genchi e che cosa potrebbero realmente contenere i suoi archivi. Al fine di realizzare effettivamente quali ripercussioni politiche potrebbe avere questo caso.

Gioacchino Genchi. Vive nel bunker sotterraneo di un palazzo confiscato alla mafia, nel centro di Palermo. Giorno e notte incrocia dati, elabora,scrive. Poi comunica il risultato ai magistrati, utilizzando mail e telefoni criptati. E’ nato nel 1960 e ha il grado di vice-questore aggiunto, ma da otto anni è in aspettativa ed è diventato il consulente informatico più ricercato dalle Procure. Non molti riescono a parlargli, neanche al telefono. Non frequenta salotti, né circoli. Non esce quasi mai di casa, non fuma, non ama lo sport. L’unica tessere che ha è quella di Slow food. La sua storia professionale inizia nella Sicilia degli anni ’80. Genchi è un avvocato, ma molla la toga ed entra in polizia. Utilizza le nuove tecnologie, apprese nell’azienda informatica del padre, con estrema padronanza. Questa abilità viene subito notata dai vertici della polizia. A 28 anni è nominato direttore della Zona Telecomunicazioni del Ministero dell’Interno per la Sicilia occidentale. Immediatamente l’ex avvocato si mette in luce. E’ lui a stanare il primo tentativo di spionaggio mafioso nel Palazzo di Giustizia, diretto sui telefoni di Giovanni Falcone.
Genchi intuisce le potenzialità dell’informatica a servizio delle indagini. Con i telefoni è bravo. Forse troppo, per qualcuno. Controllando le conversazioni di una cabina telefonica, intercetta alcune conversazioni che i dirigenti della polizia hanno con Salvatore Contorno, pentito del clan dei Bontade, ufficialmente in USA, in realtà a Palermo per vendicarsi dei rivali. E’ in questo modo che Genchi si fa i primi nemici nella pubblica amministrazione. E’ sempre lui ad indagare sull’agenda elettronica Casio di Giovanni Falcone. Autorevoli testimoni affermano che non funzionava più da tempo perché smagnetizzata in aeroporto. Ma il poliziotto non si fida, e ha ragione. Scopre che i file sono stati misteriosamente cancellati mentre l’agenda era già sotto sequestro. Dopo un lavoro di gruppo meticoloso con i tecnici giapponesi della Casio, Genchi riesce in pochi mesi a recuperare i file. Sono le annotazioni top secret di Falcone. L’esperto informatico sa ora che qualcuno ha mentito e che il compianto magistrato quell’agenda la utilizzava, eccome. Trova segnati gli incontri e gli appuntamenti che aveva previsto addirittura fino a qualche settimana dopo la strage. Scopre un segretissimo viaggio negli Stati Uniti nell’aprile del 1992, anche questo smentito da certi testimoni. Scova un incontro con il procuratore capo Gianmanco, superiore poco amato da Falcone per il clima velenoso creatosi a Palermo. Poi c’è un incontro segreto ed anomalo, perché mai registrato in nessun archivio istituzionale, con il boss di Cosa Nostre Gaspare Mutolo. Killer ed autista di Totò Riina che proprio nel ’92 si era dichiarato pronto a pentirsi.
Intanto Genchi comincia a sentirsi solo. Arrivano puntuali fughe di notizie sul suo lavoro. Fughe pilotate. La tensione cresce e al vice-questore vengono fornite scorta ed auto blindata. Il poliziotto però rifiuta e in una lettera datata 7 dicembre 1992 scrive al questore Matteo Cinque: “Più che alla sicurezza personale ho badato a preservare accuratamente il contenuto dei miei scritti, dei miei ricordi, degli aspetti più inediti e più salienti di un’esperienza affascinante e significativa.”
Genchi continua a decodificare e collegare. Tramite i tabulati telefonici e i numeri di identificazione delle schede sim dei cellulari, sembra poter tracciare una dettagliata mappa dei rapporti tra mafia, politica, servizi segreti e alti funzionare statali. L’indagine però si inabissa. L’esperto informatico decide di lasciare e si mette a fare il consulente delle Procure. Quando arriva in tribunale, rigorosamente in jeans e maglietta, custodisce gelosamente le sue perizie in un hard-disk criptato, protetto da chiavi e password di ogni tipo. Genchi non fa sconti a nessuno. Si è trovato infatti ad indagare e a far condannare suoi vecchi compagni di scuola e università. Nella sue figura si concentrano il fiuto del poliziotto, il rigore del matematico, la velocità dell’informatica, il mistero della segretezza.

I contenuti dell’archivio. Ammesso che esista un archivio collezionato da Gioacchino Genchi, ecco quello che potrebbe contenere. Dal tracciato telefonico dei cellulari egli riesce a ritrovare l’imei (numero seriale dei cellulari) e le sim utilizzate anche se falsificate o coperte. Poi confronta questi dati con tracce bancomat, telepass, carte di credito, ricariche, viaggi aerei e in nave, conti correnti e operazioni societarie. Dai processi al senatore Dell’Utri a quello dell’ex presidente della Regione Sicilia Cuffaro, dalla scomparsa di Denise Pipitone alle talpe del Boss Guttadauro del quartiere Brancaccio nel dda di Palermo. Una serie di indagini molto delicate sono passate sotto i suoi occhi e le sue orecchie. L’archivio potrebbe contenere migliaia di pagine scritte dallo stesso Genchi. Il quale ricostruirebbe una rete di connessioni tra i personaggi più disparati confrontando ed elaborando i dati a sua disposizione. Una banca dati in cui si avrebbero a disposizione spostamenti, acquisti, telefonate, rapporti ed incontri di tutti coloro che sono stati captati dai programmi informatici del consulente e che potrebbero anche non essere stati direttamente indagati dalle Procure. Non intercettazioni telefoniche quindi, che sarebbero penalmente illegali, ma dati. I quali permetterebbero dettagliate ricostruzioni delle vite e delle attività di chi sia stato intercettato telematicamente dagli strumenti di Gioacchino Genchi.

Se l’archivio esistesse davvero e fosse realmente così dettagliato, potrebbe rivelarsi uno scandalo di dimensioni colossali tanto per la magistratura quanto per la classe politica ed i servizi segreti. Non rimane che aspettare ed attendere se la bomba innescata esploda oppure no. Intanto Genchi nel suo bunker continua a lavorare. Chi lo conosce sostiene che sia impegnato per 18 ore al giorno nella sua attività e che oramai non si fidi più quasi di nessuno.
Elezioni Sardegna 2009: Renato Soru, quale futuro nel PD?

C’è aria di battaglia nell’isola. Come c’era quando nel 535 a.C. i nuraghi avvistarono le navi degli invasori cartaginesi che avanzavano a vele spiegate verso il loro territorio. Le attenzioni politiche ed elettorali del momento sono rivolte proprio alla Sardegna, dove due coalizioni si combattono a suon di slogan, comizi, manifesti e polemiche per il controllo politico della Regione Autonoma. Lo scontro si snoda tra le innumerevoli e suggestive piazze di questa terra meravigliosa di 24 mila chilometri di foreste, campagne e coste immerse in un mare miracoloso. Lo scontro avrà fine solo il 16 febbraio, quando sapremo chi sarà il nuovo Presidente della Regione Sardegna. Il vincitore della battaglia.
L’isola, da tempo immemore territorio strategico, continua ad esserlo per le due maggiori forze politiche a livello nazionale che non vogliono pensare di perderlo. Si stanno battendo e continueranno a farlo con ogni forza e con ogni mezzo. Vincere in Sardegna, politicamente parlando, vuol dire dimostrare qualcosa al Paese.
Ma in questo assalto politico al territorio sardo c’è qualcuno rischia più di ogni altro. Questo qualcuno ha un nome e un cognome, si chiama Renato Soru. Il Presidente uscente non è solo l’uomo da battere, ma è la figura sulla quale sembrano soffermarsi le attenzioni di buona parte del PD quando si parla di futuro con la f maiuscola. E’ l’homo novus che potrebbe colmare il vuoto di leadership che attanaglia da mesi le dinamiche intestine del Partito Democratico. Lo stesso Soru non sconfessa la posizione conquistata: «La sconfitta non è per sempre. Se vinciamo in Sardegna, si può tornare a vincere e a battere Silvio Berlusconi, come ha fatto Prodi due volte». Si accredita quindi come l’uomo che può ridare fiducia al centrosinistra. Soru chiede al Pd «un forte segno di discontinuità», ovvero la non canditura di chi ha più di due legislature e di chi «non si riconosce nel programma». Poi torna ad inorgoglire i prodiani: «Bisognerebbe mettere più in risalto la continuità con l’esperienza di Romano Prodi e dell’Ulivo. Quella è la radice più autentica del Pd». Plausi per lui da quasi tutto il PD eccezion fatta per i ristretti gruppi di veltroniani e dalemiani. Il fondatore di Tiscali conquista consensi giorno dopo giorno all’interno del suo partito. Particolare ancora più importante, Soru è molto apprezzato tra gli elettori del centrosinistra. La sua figura esterna alle logiche di Roma, alle vecchie e morenti oligarchie di ex ds e margherita, lo configura come ancora di salvezza dell’unità del pd, come personalità forte, caratterizzata da fermezza morale e scarsa inclinazione al compromesso. Elementi rari da ritrovare tra la dirigenza del Partito Democratico. Ha il giusto coraggio politico, è un imprenditore, ma è allo stesso tempo il proprietario de “L’Unità”. Non si lascia intimidire da Berlusconi al quale ribatte con veemenza , è gradito sia all’ala moderata che a quella più riformista del PD. Dietro all’accento sardo, alla dialettica spesso inciampata, sembra annidarsi la concretezza. La determinazione del leader. Inoltre Soru non è uomo di partito, ha un passato scevro da incrostazioni ideologiche, non si attarda in nostalgie di un mondo anacronistico. Potrebbe rappresentare il superamento dei vecchi schemi, l’impegno della società civile nell’attività politica italiana. Ha 51 anni, quindi è sufficientemente giovane. Potrebbe essere un leader moderno, una figura post-ideologica in senso compiuto, che tuttavia non dimentica le origini moderne del centrosinistra. Se diventerà leader del Pd in questo momento è impossibile dirlo, ma ha tutte le carte in regola per poterlo fare.
Silvio Berlusconi questo lo ho capito. Ha fiutato nell’aria odore di pericolo. Per questo in Sardegna vuole evitare il rischio di una sconfitta più che in ogni altra regione d’Italia. Non solo perché questa, dopo la Lombardia, è la sua seconda casa. Non solo perché vincere vorrebbe dire consolidare ulteriormente la posizione di governo e di consenso del suo partito. Il Presidente del Consiglio vuole vincere perché questo vorrebbe dire tagliare fuori, almeno per il momento, Renato Soru dai giochi partitici che potrebbero determinare un’ipotetica e per il momento teorica rinascita del Partito Democratico. Vincere vorrebbe dire sconfiggere l’avversario del Premier più accreditato che la sinistra potrà offrire nei prossimi anni. Per questo si sta impegnando in prima persona in ogni provincia dell’isola, arrivando a volte ad oscurare l’immagine, per la verità un po’ sbiadita, di Ugo Cappellacci, candidato del Pdl alla presidenza della Regione.
Soru è un avversario temibile. Ha la forza necessaria per poter vince questa battaglia. I sondaggi, che lo danno in vantaggio di 6 punti rispetto allo sfidante Cappellacci, sembrerebbero confermarlo. La sua vittoria per il Pd potrebbe segnar un momento di rinascita e cambiamento. Potrebbe aprire all’imprenditore sardo le porte della politica nazionale e non in un ruolo di seconda linea. Lasciare spazio ad un leader che dovrà apparire un riformatore plausibile con una visione concreta del Paese. Dovrà ricostruire un’alleanza stile Ulivo, ma con un profilo più smagliante e una reale vocazione realizzatrice. Capace inoltre di andare d’accordo con i sindaci e gli amministratori del Pd delle città del Nord. Personalità spesso in contrasto con la segreteria romana. Forse è proprio tra i Comuni, le Province e le Regioni il PD detiene i suoi uomini migliori ( Chiamparino, Cacciari e lo stesso Soru solo per fare alcuni nomi), tra i quali si può scorgere il leader di domani che sia capace di rivitalizzare la ormai oggettivamente obsoleta dirigenza capitolina.

sabato 17 gennaio 2009

L'origine storica dell'illegalità in Italia

L’illegalità può essere ragionevolemente considerato un pesante bagaglio storico ereditato dalla mentalità italiana che ancora si ripercuote nel presente nonostante sessant’anni di democrazia. Non si sta giustificando ciò che giustificabile non è, ma si sta provando ad analizzare un fenomeno storico-culturale ricercandone le cause la’ dove devono essere ricercate, cioè nel passato. Con la meticolosità nella ricerca propria dello storico si rende palese che il nostro paese è stato illo tempore pervaso dalla pericolosa mentalità del servo, che è succube, incapace di alzare la testa e ribellarsi al signore che lo opprime e allo stesso tempo cerca di aggirare il potere di questo in ogni modo possibile, la maggior parte delle volte illecitamente, travalicando le leggi.
Per comprendere meglio la questione è opportuno analizzare e comprendere quale sia il filo comune che lega, nelle zone italiane in cui l’illegalità è tutt’oggi particolarmente imperante, la storia criminale a quella del potere politico.
Nella novella Rinconete y cortadillo, Cervantes descriveva un’associazione di malfattori di Siviglia che aveva regole simili a quelle della Camorra dell’Ottocento. L’urbanizzazione di Napoli e la miseria del suo centro storico fece sì che fin dal Cinquecento qui si concentrassero dei delinquenti che prosperavano con furti e ruberie. Dall’Ottocento in poi si fa iniziare la “Camorra storica” che prese coscienza della sua potenza e che era capace di “fare uscire l’oro dai pidocchi”, vale a dire di trarre profitto illecito dalle attività che venivano commissionate alla povera gente: piccoli artigiani, lavandaie... Negli anni Quaranta dell’Ottocento c’era già un’organizzazione strutturata, con regole di accesso e una struttura piramidale e centralizzata.
Fra le organizzazioni criminali attualmente operanti in Italia, la mafia siciliana è tradizionalmente quella più potente e ramificata ed è ormai presente su territorio nazionale. La sua struttura piramidale, caratterizzata da una rigidissima gerarchia e da un’articolazione in numerose cosche territoriali, la sua enorme capacità di penetrazione nei gangli vitali della società civile, sia a livello centrale che periferico, la spietatezza delle sue “esecuzioni” e la ferocia con cui controlla tutte le attività lecite e illecite, ne fanno da sempre il più temibile nemico dello Stato di diritto. Il termine “mafia” è voce siciliana di etimologia incerta ma, secondo alcuni, è di origine araba e ha il significato di “protezione, garanzia”. Come tutte le organizzazioni criminali anche la mafia attecchisce dove lo Stato è assente o latitante. Le origini della mafia sono riconducibili alla diffidenza delle popolazioni siciliane verso una struttura di potere statale essenzialmente vessatoria. La prima metà dell’800 la Sicilia subì una profonda trasformazione di carattere politico ed economico: l’antica struttura di natura feudale iniziò a sgretolarsi, travolta da straordinari avvenimenti storici (siamo nella fase terminale del dominio borbonico). La società rurale formata da contadini poveri ed analfabeti, vessati dai potentissimi proprietari terrieri (i “baroni”) ed dai loro gabellieri (riscossori di tributi), in assenza di leggi chiare ed univoche, continuò a regolarsi sulla base della consuetudine (cioè di norme non scritte accettate e rispettate da tutti da un lunghissimo lasso di tempo). Il compito di regolare nel bene e nel male i rapporti sociali, attuando una “garanzia” immediata in assenza dello Stato o contro di esso, fu assunto dai cosiddetti “uomini di rispetto” o “uomini d’onore”, personaggi che per il loro carisma e, soprattutto per spavalderia e violenza, erano in grado di garantire il rispetto delle “regole. Dopo la conquista garibaldina, con l’avvento del Regno d’Italia e la conseguente riforma agraria,a seguito della vendita forzata dei beni ecclesiastici e demaniali, la mafia si diffuse ancora più capillarmente divenendo ben presto una potente organizzazione con la quale “fare i conti” per intraprendere o continuare qualsiasi riforma politica o economica. Infatti, le infiltrazioni di personaggi mafiosi nelle amministrazioni locali e addirittura a livello di potere centrale, consentirono all’organizzazione di assumere i connotati di una vera e propria piovra tentacolare, condizionando tutta la vita siciliana. Già alla fine dell’800 quando la mafia aveva allargato la sua influenza nelle città della Sicilia occidentale, aveva ampliato i suoi interessi economici con il controllo degli appalti e delle attività commerciali.
Ad inizio ‘900 i governi di Giovanni Giolitti nel sud si appoggiarono ai voti di origini mafiose, tanto che Salvemini arriverà ad apostrofare il Presidente del Consiglio “ministro della malavita”. Lo stesso Salvemini nel 1911 scriveva: “Mandate a Napoli un commissario regio con pieni poteri. Che volete che faccia?Da solo non potrà governare mezzo milione di abitanti, dovrà servirsi della burocrazia. Ora, questa burocrazia è tutta legata alla camorra.”
La situazione nel meridione non migliora con il fascismo, nonostante gli interventi repressivi della dittatura che pure non bastano. Aumenta inoltre la diffidenza nei confronti di uno Stato che non lascia libertà né tantomeno spazio ad un pensiero critico ed aperto.
Come si può notare le contingenze storiche hanno radicato comportamenti di diffidenza nei confronti dell’autorità statuali, rafforzato consuetudini volte a scavalcare il limite della legalità. In questa ricostruzione storica ci siamo occupati in prevalenza di organizzazioni criminali che sono la massima espressione dell’illegalità e dell’assenza troppo lunga dello stato in certe zone del paese, ma l’illegalità si manifesta in modi molto meno espliciti ma al tempo stesso altrettanto gravi ed emblematici. Da non ascrivere unicamente ad una determinata aerea territoriale(il meridione), ma da estendere a tutta la penisola. La mancanza di un’educazione democratica che faccia della trasparenza e del rispetto delle regole ha portato a generare risultati aberranti come i fenomeni mafiosi, ma questa lacuna culturale propria del popolo italiano si riflette in innumerevoli situazioni. Dagli episodi di bullismo e razzismo alla spazzatura gettata in strada all’ipocrisia del professore che predica legalità e poi da’ ripetizioni tutto il pomeriggio senza pagare un centesimo di tasse ai test d’ingresso truccati per l’accesso alle facoltà universitarie a numero chiuso. Episodi che penalmente parlando possono risultare effimeri, ma che sono indicazione chiara di una manifesta noncuranza e di una diffusa mancanza di fiducia nei confronti del diritto e dello Stato. Dalle sfere più alte del potere dove imperversa la corruzione morale e materiale alle malversazioni delle mafie agli episodi minori, il nostro popolo sembra non poter recedere da una mentalità improntata all’illegalità e dall’impossibilità di liberarsi di certe piaghe socioeconomiche di origine illegale. Solo l’educazione, la cultura democratica e pluralistica possono essere il deterrente per un problema ancora aperto e mai risolto, l’unica via di uscita per sconfiggere definitivamente la logica del servo che da troppi secoli attanaglia il nostro popolo.

giovedì 8 gennaio 2009

Personaggio: Renato Brunetta

"Il Paese è con me, ma un pezzo del Paese no, e me ne sono fatto una ragione: il Paese delle rendite e dei poteri forti, e quello dei fannulloni, che spesso stanno a sinistra." Questo è Renato Brunetta. Il Ministro della Funzione Pubblica e dell'innovazione è insieme a Maria Stella Gelmini, titolare dell'Istruzione, l'elemento più discusso della squadra di governo del Presidente Berlusconi. Continuo oggetto di attenzioni da parte dei media e delle satire. Con le sue dichiarazioni,talvolta eccessivamente provocatorie, riesce a far insorgere(e quindi a risvegliare dal coma in cui vessa da mesi) l'opposizione e ad imbarazzare la maggioranza. Il titolare del dicastero della funzione pubblica, che sembra essere immune a critiche e satire, continua deciso ee imperterrito nella sua azione riformatrice nei confronti della pubblica amministrazione. Varando o proponendo provvedimenti dai quali scaturiscono i più accesi dibattiti politici degli ultimi mesi. Allora, con un personaggio che desta tante attenzioni, conviene forse comprendere chi sia Renato Brunetta. Nato a Venezia il 26 maggio 1950, figlio minore di un venditore ambulante veneto, si laurea nel 1973 in Scienze Politiche ed Economiche presso l'università di Padova.Nell'anno accademico 1977-1978 è professore incaricato dell'insegnamento di "Economia e politica del lavoro" (Facoltà di Scienze Politiche). Dopo una carriera accademica di alto valore che lo porta ad essere titolare della cattedra di Economia presso l'università Tor Vergata di Roma, decide di giocarsi la carta della carriera politica. Con la politica Brunetta era già venuto in contatto nei periodo dell'insegnamento in quanto consulente economico di alcuni governi nel corso degli anni '80. Il 18 giugno 2008 a Matrix ha dichiarato: "Volevo vincere il Premio Nobel per l'Economia. Ero... non dico lì lì per farlo, però ero nella giusta... ha prevalso il mio amore per la politica, ed il Premio Nobel non lo vincerò più. [...] Ho molti amici che hanno vinto il premio Nobel e non sono molto più intelligenti di me." L' amore per la cosa pubblica lo porta ad essere eletto parlamentare europeo nelle liste di Forza Italia nel 1999. Dal 2007 è Vicecoordinatore Nazionale di Forza Italia ed è responsabile del Settore Programma. Brunetta è anche editorialista de "Il Sole 24 ore" e "Il Giornale" ed è autore di numerose pubblicazioni in materia di economia del lavoro. Vive ininterrottamente sotto scorta dal 1983, in quanto le sue consulenze presso il Ministero del Lavoro gli valgono il poco rassicurante interessamento delle Brigate Rosse. E' vincitore di 4 premi internazionali per le sue opere giornalistiche e per quelle inerenti alle materie economiche. Dal 2008 è appunto Ministro per la Funzione Pubblica e l'innovazione del quarto governo Berlusconi. Brunetta potrebbe essere quindi giustamente annoverato tra le intelighenzie e le eccellenze del nostro paese. Una delle poche, per la verità, che si è prestata alla politica. Il Ministro è abituato a lavorare con conti e numeri da sempre. Cifre alla mano, la sua battaglia contro le inefficenze e l'assenteismo nel settore pubblico la sta vincendo. A luglio 2008, dopo il 20% di giugno e il 10% di maggio, l'assenteismo dei pubblici impiegati si è ridotto del 30%. Quindi la produttività dei servizi aumenta e gli sprechi diminuiscono. Dopo questa serie di provvedimenti "sconvolgenti" sul pubblico impiego, Brunetta ha sollevato di nuovo scalpore avanzando la proposta,per ora rimasta tale, di voler controllare maggiormente l'orario lavorativo dei magistrati attraverso l'istituzione di tornelli fuori dal tribunale(cosa ci sarà di così strano?). Ultimamente ha proposto di parificare, non senza sollevare meno critiche e polemiche, l'età pensionabile delle donne, portandola quindi a 65 anni. Insomma Brunetta sta mettendo in pratica una politica della quale si parlava da anni ma che mai nessuno, per viltà o convenienza, ha avuto il coraggio di applicare. Una serie di provvedimenti concreti e giusti che non si sono risolti solo ed unicamente in parole. Nonostante questo e nonostante il Ministro della Funzione Pubblica sia uno dei pochi esponenti che per ora si siano dimostrati alla luce dei fatti realmente seri e competenti, piovono le solite critiche e polemiche da parte di tutta l'opposizione. Nel caso della riforma della scuola ad esempio, è chiaro di come le polemiche, le manifestazioni, le opposizioni possano essere giustificate in quanto la disposizione normativa della riforma possa considerarsi opinabile. Nel caso della "lotta ai fannulloni" di Brunetta, il provvedimento non è opinabile, andava oggettivamente preso e non è passibile di soluzioni differenti. Risulta pertanto incomprensibile il continuo bagaglio di polemiche offerto dall'opposizione conto il Ministro, a meno che con lucidità mentale non si giustifichi il comportamento del centro-sinistra come esposizione di un mero calcolo politico e di voti.
A dimostrazione ancora una volta di come la partigianeria e la cieca opposizione siano delle costanti immutabili nella vita politica italiana. Intanto Brunetta, che notoriamente non è un denigratore dei propri meriti, dichiara con una punta di orgoglio e ironia a "Repubblica" : "Sono meglio di Padre Pio"-sottointendendo di avere poteri guaritivi, riferendosi al dimezzamento delle assenze per malattie degli statali dopo l'emanazione del Decreto Brunetta.

lunedì 5 gennaio 2009

Antropologia ironica: l'intellettuale di destra

Questo articolo nasce dal desiderio di assicurare una certa par condicio al blog e da una questione di coerenza. Perchè se si è ironici e critici, allora, seppur con diverse inclinazioni chiaramente, bisogna cercare di esserlo su tutto.

L'intellettuale di destra è una specie rara. Se ne trovano pochi. Questo genere di essere umano, è notorio, si sente un diretto discendente degli antichi romani. Il saluto legionario lo esercita per ragioni storiche, è un cultore dell'antica Roma. Il fascismo, per carità, oramai è superato e non c'entra nulla. E quella camicia nera sfoderata un giorno si e l'altro pure? E' una questione di eleganza ovviamente. L'uomo di destra ha uno stile da difendere.

L'intellettuale di destra però crede anche in un'altra storia, quella dei Celti. Forse per la legge del contrappasso, oltre a venerare Roma si costringe a venerare coloro che generarono i discendenti dei nemici primi e distruttori dell'impero romano: ovvero i Barbari. Questa venerazione, fatta di riti drudici, croci e roghi sulle montagne nei giorni dei solstizi, è misteriosa ed inspiegabile. Perchè tra tutti i popoli che c'erano avranno scelto i Celti?Cosa aveva di tanto "cameratesco" questo popolo? Annosa questione che forse si svelerà quando si comprenderà a cosa serviva Stonehenge.

L'intellettuale di destra è uomo tutto di un pezzo. Vera espressione dell'austerity e del "contemptus vivere parvum", poi però ha casa ai Parioli e un Cayenne Turbo parcheggiato in garage, perchè lui non è mica un barbone comunista!

Il fascismo per l'intellettuale di destra oramai è cosa superata. Roba del passato dopo la svolta di Fiuggi. Poi però,guarda caso, la domenica verso Predappio c'è sempre traffico.

L'intellettuale di destra è un patriota. Di un patriottismo che sfocia nel nazionalismo, che misteriosamente e inconciliabilmente affluisce nell'europeismo. Ma non era Prodi l' europeista? Vaglielo poi un pò a spiegare tu all'intellettuale di destra che l'albanese o il turco sono europei come lui!

L'intellettuale di destra ci tiene alle radici della patria, infatti compra solo italiano. Così italiano che beve solo coca-cola, guida solo corvette e vede solo colossal storici americani.

La domenica l'intellettuale di destra: sveglia mattutina, palestra (rigorosamente audace), poi via in chiesa perchè le nostre radici sono imbevute e si nutrono di cristianesimo, chiacchierata col prete in sagrestia per raccimolare qualche voto, poi via a pranzo o dai suoi genitori o da quelli dell'ex moglie o da quelli della nuova fidanzata rumena 25enne. Perchè è un vero uomo, con forte senso della famiglia e non scorda mai nessuno. Poi via sul divano a tifare rigorosamente Lazio, perchè si sa i comunisti tifano Roma, e un film tra 300, Brave Heart e il Gladiatore, dove si sfodera la maglia con la croce celtica e si urla "Auh auh auh"!

L'intellettuale di destra è un anti-sessantottino: basta con tutte queste promozioni facili e questa scuola di massa, che tutela il somaro e annichilisce il talentuoso. Poi però lo devi vedere come si incazza è urla al complotto dalle colonne di Libero quando il figlio viene bocciato ad un esame universitario.

L'intellettuale di destra frequenta i salotti buoni. Va a cena con Silvio e fa gli aperitivi con Gianfranco. Insomma è uomo del centro-destra, basta con Mussolini e fandonie varie. Poi però maledice il libero mercato che ha distrutto ogni idea e rimpiange i tempi della grande civilità passata quando i giovani camerati si ammazzavano per strada contro i giovani compagni.

Vuole la revisione storica, idolatra scrittori "rossi" come Pansa che hanno però denunciato i partigiani cattivi, maledetti e spietati tanto quanto i repubblichini. Anche se alla prima discussione sull'8 settembre 1943, il motto resta sempre quello: "Non ho tradito!"

Antropologia ironica: l'intellettuale di sinistra

L’intellettuale di sinistra si evolve come specie a se nei tardi anni settanta, quando definirsi comunista incominciava ad assumere un significato sinistro a causa dei “compagni che sbagliano” e della sgradevole abitudine sovietica di fare propaganda all’estero con i carrarmati.

L’intellettuale di sinistra, ad esclusione di qualche caso sporadico, incomincia immediatamente a prendere le distanze dalla realtà dei fatti e dalle esigenze sociali, rifugiandosi nella elaborazione dell’iperuranio platonico in una straordinaria anticipazione del pallogramma che avrebbe trovato la sua definitiva consacrazione solo con l’avvento di Power Point.
L’intellettuale di sinistra vede film di sconosciuti registi lituani rigorosamente con sottotitoli. Durante la visione si annoia a morte, ma quando ne parla ad altri intellettuali di sinistra s’infervora e li convince a vedere anche loro il film diffondendo il contagio a dispetto di qualsiasi preservativo.

L’intellettuale di sinistra mangia rigorosamente etnico. Sushi giapponese, cus cus marocchino, humus di ceci algerino. L’hamburger con le patatine fritte di MC Donald’s è accolto come un’apparizione di satana. La cotoletta alla milanese ignorata con disprezzo. Quando è sicuro di non essere visto, l’intellettuale di sinistra si mette in fila per ordinare l’Happy Meal, quello con i pupazzetti in omaggio, in modo da poter scaricare sui figli la responsabilità nel caso venisse scoperto da qualche altro intellettuale di sinistra che si trovi casualmente ad entrare nel locale.

L’intellettuale di sinistra si cura con l’omeopatia, salvo quando si tratta di psicofarmaci per i quali fa scelte rigorosamente allopatiche.

L’intellettuale di sinistra compra il caffè equo e solidale, i libri venduti dai senegalesi davanti a Feltrinelli, i bracciali etnici venduti dai cingalesi sulle bancarelle, poi spende trecento euro per una sedia scomodissima, ma a la page prodotta da un designer lituano.

L’intellettuale di sinistra organizza dei party dove invita la cantante nigeriana, il poeta lituano, il regista macedone, ma se incontra dei rom in metropolitana abbassa gli occhi e mette il portafogli nella tasca anteriore. Come tutti. L’intellettuale di sinistra non discrimina gli omosessuali, ma poi se pensa che qualcuno lo voglia ingannare dice:”quello mi vuole inculare“. Come tutti.

L’intellettuale di sinistra veste in modo dimesso e poco appariscente. Poi scopri che si fa fare le scarpe a Londra, porta l’orologio Rado e mette solo maglioncini di cachemire perché ha la pelle delicata.

L’intellettuale di sinistra combatte l’evasione fiscale (a parole) con tutte le sue forze, poi però lo si scopre chiuso nel suo elegante studio a dare ripetizione a qualche benestante liceale che lo paga 30 euro l’ora senza che versi un centesimo di tasse.

L’intellettuale di sinistra ride a tutte le battute di Luttazzi, anche se qualcuna gli fa impressione e la metà non le capisce. Poi quando LA7 caccia Luttazzi, lui fa il boicottaggio. L’intellettuale di sinistra disprezza Sgarbi e fa il tifo per Fuksas. Se qualcuno dice che, in fondo, sono tutti e due dei pagliacci, si incazza e lo chiama ignorante.

L’intellettuale di sinistra ora milita nel PD. Il PD, l’informe ameba intellettuale che lo tiene lontano da ogni impegno, da ogni scelta, da ogni posizione. Un vero e proprio paradiso. Il PD che ha cacciato i comunisti. Il PD che ha unito la sinistra italiana e l’ha seppellita. Il PD che non è stato e non sarà mai niente e nel quale l’intellettuale di sinistra galleggia torpido ed inconcludente masticando pasticcini da the e facendo gli occhi dolci alla velina di turno.

L’intellettuale di sinistra si sente parte di un’elitè, di una minoranza privilegiata, anche se predica l’uguaglianza economica, civile e politica. Ti tratta come un cancro da estirpare alla nazione se non la pensi come lui, sei solo uno sporco capitalista e per di più ignorante perché si sa non esista uomo di cultura che non sia di sinistra…e per di più lui non si sente parte del popolo, ma guida illuminata del popolo. Si distingue sempre…Della serie chi sta con la massa, finisce per odiarla.

L’intellettuale di sinistra fa le interrogazioni in parlamento per chiedere se è vero che Berlusconi ha suggerito la formazione a Donadoni (incredibile, ma vero), poi quando il minestro della difesa (e minestro è scritto apposta così) manda l'esercito a presidiare le città, non dice nulla, perché è a fare il week end a Cortina in inverno e a Ponza in estate e non lo deve mica salvare solo lui questo maledetto paese.

domenica 4 gennaio 2009

Diario di viaggio: la Cina e il fareast delle contraddizioni

Welcome to China. E’ l’imponente scritta che torreggia di fronte a voi appena scesi, dopo dieci ore di volo, all’aereoporto di Pechino. Benvenuti in Cina, benvenuti nel paese di tutto e del contrario di tutto. Forse se ne è parlato anche troppo ultimamente, ma il gigante asiatico con i suoi sincretismi misitici tra passato e presente, con le sue scritte luminose e sfavillanti, con i suoi infaticabili lavoratori, con il traffico abnorme e lo smog, con le capanne e le biciclette sembra di non poter fare a meno di lasciare strabiliato l’uomo dell’Ovest. L’impatto è forte, suggestivo. Immaginate grattacieli alti come a Manhattan, luci accecanti come a Las Vegas, strade larghe come quelle del Texas, hotel di un lusso smodato, tipicamente orientale, futuristici impianti olimpici e negozi dei più celebri stilisti italiani e francesi; o immaginate di aggirarvi tra gli antichi e verdissimi giardini dell’imperatore, di aprire le stanze dell’infinito palazzo d’inverno. Bene, questa è Pechino. Ora invece siete a bordo di un auto, lanciati a folli velocità su un’autostrada a sei corsie, con auto che vi sorpassano a destra e sinistra, clacson che suonano all’impazzata, biciclette e tricicli che se ne stanno comodamente camminando in mezzo all’autostrada!Complimenti avete appena provato l’ebrezza del traffico cinese! Vi siete spostati di 100 km a nord rispetto alla capitale…addio strada asfaltata, addio luci, addio lussi, addio grattacieli. Ben arrivati tra le capanne delle campagna cinese, con i tetti in lamiera, lavoratori vestiti all’antica, mercati posti ai lati della stretta stradina di breccia, sterminati campi di riso. Di Pechino non restano che le biciclette ed i tricicli…Vi trovate in un enorme capannone, con intorno operai che saldano a mani nude, senza mascherina, senza guanti e senza scarpe infortunistiche…alla faccia del comunismo! Siete appena entrati in una fabbrica cinese, che con cinquecento operai, che hanno in busta paga due-trecento euro al mese, fattura come un ‘azienda europea con 50 dipendenti. Ecco che arriva in azienda una nuova fiammante bmw serie 7 nera, modello 750 limousine,con vetri oscurati e perfino l’autista…da dietro scende un’omino con gli occhi a mandorla, alto un metro e 65, non di più, indossa dei mocassini consumati, pantaloni di almeno due taglie più corti e una consunta e anonima polo che…si sta recando all’incontro con il suo miglior cliente venuto appositamente per lui dalla lontana Europa! Niente giacca, niente camicia, niente cravatta. Avete appena conosciuto uno ,degli ormai tanti imprenditori cinesi, che ha un istruzione da terza elementare, ma che fa soldi a palate e mette sul lastrico le aziende meccaniche italiane e tedesche…Se i cinesi sembrano tanto lontani come usanze e tradizioni hanno anche impressionanti affinità con il nostro popolo. Fanno parte anche loro dei “cellularomani”, i telefonini cinesi squillano con la stessa frequenza di quelli italiani e proprio come noi hanno la tenedenza a comunicare non solo all’interlocutore ma anche al resto del mondo i loro problemi personali. Sono dei veri urlatori. Se storica è la nostra indisposizione nel costituire una fila ordinata, non preoccupatevi “nasi lunghi” italiani, i “musi gialli” cinesi riescono a competere senza alcun problema. File asimmetriche, chi fa il furbo e passa avanti, gomitate e colpi bassi, preparatevi a tutto questo, qualora vi succeda di fare una fila di qualunque tipo in Cina. Se il cinese è noto per essere formidabile imitatore in ogni campo è un altrettanto formidabile commerciante. In ogni città c’è un mercato nel quale potrete sbizzarrivi in trattative estenuanti con il prezzo che scende di 5-6 volte rispetto a quello iniziale, dove l’operazione prendi due paghi uno è all’ordine del secondo. Meditate inoltre prima di avvicinarvi solo alla vetrina di un negozio, un minimo interesse nei confronti della merce esposta provoca la reazione di minimo 3 o 4 commesse dagli occhi a mandorla che cercheranno prima di tirarvi nel negozio,poi di spiegarvi l’affare in ogni modo e vendervi il prodotto e non sarà affatto facile liberarsene. D’altronde il numero è potenza. E’ un paese particolare la Cina, lo abbiamo già spiegato, e lo è anche nel potere politico. Nella Repubblica Popolare Cinese, di popolare, di comunista, di maoista non c’è più nulla all’infuori della monumentalità dei documenti, della bandiere e di certe immagini evocative. La Cina è semplicemente un paese capitalista, dove la proprietà privata è legale ed un partito dalla ormai scarsa connotazione ideologica governa in modo autoritario, dispotico, dotato di un potere che elimina i suoi nemici ed impone agli occidentali il tacito accordo esprimibile con la formula “si agli affari economici, no alle vostre ingerenze nella nostra politica”. Non è più la “terra promessa” della rivoluzione culturale nemmeno per i comunisti d’occidente. Tuttavia, a conclusione di quanto detto sopra, non sono stati 50 anni di comunismo nè l’avvento del capitalismo ad intaccare le inscalfibili e millenarie tradizioni del popolo cinese, a partire dagli spiedini di serpente ai bachi da seta passando per gli scorpioni fritti alla carne di topo e alle cavallette, tutte tipiche specialità dell’antica e rinnomata cucina cinese…Welcome to China!

Presentazione

E' leggittimo che i lettori di questo blog si chiedano perchè il suo autore abbia inserito ben due articoli prima di scrivere la presentazione. Il primo è una panoramica generale ed una riflessione sull'anno appena passato, il secondo riguarda il 1948 e le sue ripercussioni storiche. E' necessario addurre quindi una spiegazione riguardo a tale scelta. Come potete notare il titolo del blog è "Una finestra aperta sul tempo" e chi scrive ha ritenuto opportuno porre due articoli che seppur indirettamente sono riflessioni sul tempo. Su un passato più lontano il secondo, su un passato recentissimo il primo. Il carattere generale del tempo che può manifestarsi sotto forme passate, presenti o future vuole essere il leit motif di questa pagina web. E' d'obbligo, come in ogni presentazione che abbia una qualche dignità, illustrare i motivi che hanno spinto il sottoscritto ad edificare un piccolo spazio personale nell'immenso universo della rete. La prima motivazione vuole configurarsi come una reazione. Una reazione nei confronti dei media e della società che identificano la mia, la nostra generazione come figlia del degrado, della depravazione, sottomessa alla dipendenza dalle droghe, dall'alcol, dal denaro. Una generazione senza speranza, senza valori, senza morale. Questo blog è una dimostrazione, seppure minima ed insignificante, che non è così. Esorto perciò qualunque coetaneo ad unirsi alla mia reazione, a cercare di sfatare il (falso) mito, a provare che questa generazione si compone di teste pensanti e cuori bramosi di fare, costruire e prendersi responsabilità. La seconda motivazione è invece legata all'informazione e al dialogo. In un mondo sempre più pervaso, oserei dire quasi capillarmente, da una miriade di informazioni, è necessario diversificare. Sono obbligatorie le voci discordanti, le opinioni dissenzienti, i punti di vista divergenti. Perchè la rete non deve essere un coro che canta uniformemente, ma una discussione. Anche accesa se necessario. Ognuno perciò dovrebbe apportare, a modo suo, la sua visione critica, le sue idee, le sue convinzioni. Credere nel dialogo, vuol dire credere nella democrazia, nella crescita vicendevole delle personalità, nello scambio interculturale. Significa partecipare e costruire i compromessi, perchè quasi ogni cosa nel mondo, escluse le vicende strettamente personali, è frutto di compromessi. La terza motivazione è di carattere. Carattere e basta. Esprime l'intima necessità di chi scrive di far sentire la propria voce, di esprimere sè stesso e le proprie idee, di partecipare al dialogo comune. E' la convinzione personale che il potere delle parole è l'unico potere illimitato che esista. La certezza che esse, scritte od orali che siano, possano ad ogni modo cambiare la nostra storia. Buona lettura.

1948: l'anno che non finisce mai

Sessanta anni fa esatti stava per concludersi l’anno più decisivo della nostra storia come popolo e come Paese, l’anno di svolta della Repubblica Italiana. Il 1948. Il ’48 fu decisivo non solo per l’entrata in vigore della Costituzione Italiana ma per una serie di contingenze storiche nazionali ed internazionali che hanno segnato, ed ancora segnano, il cammino politico e culturale dell’Italia. Se si cerca dunque di comprendere quanto fondamentale fu questa annata,sarà,di conseguenza, più facile ed immediato comprendere l’Italia del presente. Il 18 aprile 1948 il nostro Paese,alle elezioni politiche,scelse. Scelse la Democrazia Cristiana e i partiti con essa alleati (liberali, repubblicani, socialdemocratici) che si affermarono trionfalmente alle urne. Il popolo italiano consegnò quindi il paese a quelle forze politiche che avrebbero governato la nazione per un quarantennio. Spesso, purtroppo, con pessimi risultati e una dilagante corruzione,dei quali ancora oggi restano visibili le cicatrici e le ferite ancora aperte. Ma questa è un’altra storia. L’Italia pose le premesse irrinunciabili alla ricostruzione del proprio futuro, fu quello l’incipit per uno sviluppo che ha portato, comunque, il nostro tanto(forse troppo?) commiserato Paese ad essere la sesta potenza industriale al mondo. L’Italia scelse, bene alla luce dei fatti, di stare con il blocco occidentale, di stare con gli Stati Uniti d’America. Ancor di più, aderì ad un modello piuttosto che ad un altro. Bisognava decidere tra liberaldemocrazia e dittatura, tra libero mercato ed economia diretta dallo stato, tra proprietà privata e collettiva, tra ricchezza e povertà, tra libertà e schiavitù. E decidemmo; scacciammo, definitivamente, lo spettro comunista e la possibilità di essere inglobati nel blocco Orientale e in quello che poi diventerà noto come patto di Varsavia. Ma il 1948 presenta anche tendenze che ancora, nella realtà globale di oggi tendono a ripresentarsi, seppure in forme e con sviluppi affatto differenti. La fortissima tensione tra Usa e Urss allora, le continue frizioni tra Usa e Russia oggi. In Italia, la spaccatura radicale tra destra e sinistra. L’attivismo politico del Vaticano, che tutt’oggi si ripropone seppur in forme più sottili e striscianti. Le elezioni presidenziali statunitensi(ieri Truman-Dewey, oggi Obama-McCain). Le condizioni di Napoli e di un Mezzogiorno che avrebbero dovuto essere oramai nelle stesse condizioni socio-economiche del centro nord. Sia chiaro: nessuna forzatura interpretativa. Solo mera cronaca della memoria per osservare attentamente come la storia si presenti sotto l’invincibile forma della ciclicità, per ricordare il passato, riflettere sull’oggi ed inevitabilmente sul domani. Il 10 dicembre 2008 anche la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ha festeggiato i suoi sessant’anni. L’ultima ma non meno importante eredità del 1948 deve ancora trovare una completa attuazione, in particolar modo in determinati angoli della Terra e da parte di determinate culture. Un altro esempio di come la continuità storica e l’attualità di certe fonti sembri essere realmente imperituro al continuo ed inarrestabile flusso del tempo. Altra testimonianza di un anno, il 1948 appunto,che sembra essere l’anno che non finisce mai, l’anno che ancora dopo sessant’anni condiziona incisivamente le questioni storiche di stretta attualità e che deve ancora trovare la completa realizzazione delle fondamentali decisioni assunte dall’umanità nell’arco di quei decisivi 365 giorni

2008: metafora dei nostri tempi

Pochissime ore alla fine del 2008. Quello che è stato ribattezzato l'annus horribilis si avvia finalmente alla conclusione. E' quindi opportuno interrogarsi sull'eredità storica che questi 366 giorni ci lasceranno. Potremmo immaginare il 2008 come una curva di Gauss(quella a campana per intenderci), dove alle due estremità in basso troviamo rispettivamente la crisi economica mondiale e la situazione sempre più tragica della guerra in medio-oriente e quella in Afghanistan. I due punti più bassi che testimoniano una politica economica oramai vecchia, incontrollata, capace di crollare come un castello di carte e una politica estera, da parte dei paesi occidentali con in testa gli USA, sempre più fallimentare. In cima alla curva, al vertice, in prima posizione troviamo appaiati le Olimpiadi di Pechino e l'elezione di Barack Obama alla Casa Bianca. A testimoniare per l'appunto di come il 2008 sia stato l'incontestabile exemplum dei nostri tempi, dei primi anni 2000. Lo sviluppo continuo, il dinamismo, l'evoluzione del gigante asiatico, insieme all'India peraltro,da un lato e la crisi politco-economica del mondo occidentale, che deve ridisegnare i propri obiettivi e la propria identità a partire dall'Europa. Siamo stati quindi spettatori di una Cina dalla grande organizzazione, dalla grande forza di volontà, dall'apertura verso il mondo. Un paese che si è messo in vetrina seppur con grossi sforzi, inconciliabili contraddizioni e la fedina "penale" sporca per gli episodi riguardanti il Tibet e la Birmania. E' il silenzioso gigante asiatico che venera il dio denaro e il potere economico e politico con cui bisogna inevitabilmente fare i conti(e bisognerà continuare a fare) e collaborare per evitare scontri e competizioni che potrebbero rivelarsi molto più che sanguinosi per noi Occidentali. Ancor più coinvolti e spesso attivi siamo stati nella lunga scalata che ha portato Barack Obama ad essere il primo Presidente nero degli Stati Uniti D'America. Un'America che vede realizzato il più alto sogno di democrazia, meritocrazia e uguaglianza proprio nella persona del neopresidente, ma che si trova a fare conti con gli errori politici del passato, con la crisi del presente e aderisce religiosamente al verbo del "yes,we can",credendo nel sogno di Speranza. Proprio quest'ultimo è macabramente sintetizzabile con le celebri immagini degli impiegati della Lehman Brothers che fanno gli scatoloni e se ne vanno e con una Wall Street sempre più nel panico. Senza considerare le pressioni della Russia e il suo nuovo potere(e aggiungerei prepotenza) economico e militare derivante dalla ingente disponibilità di risorse del sottosuolo; senza considerare le speculazioni sui future del petrolio effettuate dai leader dei Paesi Arabi, capaci di tenere il mondo con il fiato sospeso o corto, con i proprio rubinetti di oro nero,ma allo stesso tempo lasciar morire di fame la propria agente, alimentando inesorabilmente il terrorismo,che torna a fare paura. Ecco che il 2008 rappresenta metaforicamente la storia in tutta la sua grandezza e spaventosità. Crisi inaspettate, ribaltoni politici, cause storiche annunciabili e fatti impronosticabili si sono fusi contemporaneamente nell'anno che passerà. Il 2008 e i fatti che ha contenuto, non sono altro che la realizzazione di uno scenario che scaturisce le sue conseguenze dal passato e che presenta allo stesso tempo situazioni inattendibili. E' il mondo che cambia. Cambia i suoi baricentri, i suoi punti focali. Cambiano le zone di influenza e i centri di richezza. Così del 2008, letto attraverso i suoi fatti, scavato in profondità, analizzato minuziosamente, non resta altra che una fotografia: quella sulla storia e la sua continua,spesso incontrollabile, evoluzione.Quella sul mondo che inevitabilmente cambia e ci travolge delicatamente.