lunedì 14 dicembre 2009
venerdì 11 dicembre 2009
Il mio discorso al Congresso della GLI.
Discorso pronunciato al Congresso della Gioventù Liberale Italiana.
"Quello di oggi dovrebbe essere più di un Congresso, dovrebbe essere l'incipit di una vera e propria rinascita liberale. Mi chiedono spesso i miei colleghi ed i miei amici, perchè liberale? Perchè io, giovane e politicamente inesperto, ami il Liberalismo. Rispondo che noi giovani e studenti che abbiamo effettuato questa scelta amiamo il Liberalismo perchè lo abbiamo conosciuto nello studio, ma sopratutto perchè appreziamo quotidianamente nella vita l'immenso valore della libertà. Questa scelta liberale deriva da una sincera presa di coscienza e di posizione, dalla necessità di manifestare la nostra volontà ed i nostri ideali sul piano politico, necessità che poi in democrazia è il compito più importante dell'individuo e del cittadino. Liberali perchè con l'idealismo proprio della gioventù vogliamo credere nell'uomo e nella capacità di questo di migliorare se stesso e la comunità nella quale opera. Sentiamo la libertà necessaria come l'aria che respiriamo, perchè questa è la condizione essenziale per qualsiasi nostro lavoro di pensiero e azione. Tuttavia la libertà non è solo un assunto teorico, un'astrazione o una norma morale dell'individuo per affrontare i problemi della società. E' prima di tutto un tangibile valore politico. La libertà reale è quella che si traduce nelle libertà come diritti. Prime fra tutte libertà di pensiero e libertà di coscienza che intendiamo come insostituibile mezzo nella ricerca della verità. Libertà di intraprendere, che trovando la sua più profonda origine nel diritto di proprietà privata, consideriamo la più tangibile manifestazione dell'individualità umana. Riconosciamo nella economia di mercato il più efficiente sistema per il raggiungimento del benessere diffuso in una società che, nella sana competizione e nel libero gioco delle forze produttive, veda l'ascesa dei migliori e l'incremento della ricchezza. E allora come potersi astenere dal citare una storica frase del Presidente Luigi Einaudi per il quale: "La libertà economica è la condizione necessaria per la libertà politica." Dunque, Liberalismo significa progresso, significa meritocrazia. Dobbiamo batterci perchè il merito si inserisca all'interno del funzionamento di ogni singola istituzione. Perchè il merito è segno di civiltà oltre che di equità; è segno di giustizia. Permettetemi di chiamare ancora in causa il Presidente Einaudi quando ne "Il Buongoverno" scrisse: "Giustizia non può esistere laddove non vi è libertà." Oggi siamo in pochi e dobbiamo solamente avere volontà di operare, lavorare, sacrificarci, per diventare tanti. Possiamo farlo solo ponendo nelle coscienze altrui il seme del liberalismo e la cultura del sacro valore della libertà. Come giovani abbiamo bisogno di una fede, un fede laica. Un credo nell' individuo e nelle sue infinite possibilità di perfezionamento che ha il suo presupposto essenziale nella libertà. E noi questa fede abbiamo il dovere di difenderla da ogni tipo di ingerenza, sempre! E di non scendere a compromessi, mai! Vorrei concludere con una massima che mi ha colpito particolarmente perchè riassuntiva di tutta la filosofia e la storia del Liberalismo. E' una frase del filosofo liberale spagnolo Luis Ortega Y Gasset e dice: "Il liberalismo prima che una questione di più o di meno in politica, di destra o sinistra, è un'idea radicale della vita: è credere che ogni essere umano debba essere libero di soddisfare la propria individualità ed il proprio intrasferibile destino." Grazie a tutti.
Roma, 28/11/2009
"Quello di oggi dovrebbe essere più di un Congresso, dovrebbe essere l'incipit di una vera e propria rinascita liberale. Mi chiedono spesso i miei colleghi ed i miei amici, perchè liberale? Perchè io, giovane e politicamente inesperto, ami il Liberalismo. Rispondo che noi giovani e studenti che abbiamo effettuato questa scelta amiamo il Liberalismo perchè lo abbiamo conosciuto nello studio, ma sopratutto perchè appreziamo quotidianamente nella vita l'immenso valore della libertà. Questa scelta liberale deriva da una sincera presa di coscienza e di posizione, dalla necessità di manifestare la nostra volontà ed i nostri ideali sul piano politico, necessità che poi in democrazia è il compito più importante dell'individuo e del cittadino. Liberali perchè con l'idealismo proprio della gioventù vogliamo credere nell'uomo e nella capacità di questo di migliorare se stesso e la comunità nella quale opera. Sentiamo la libertà necessaria come l'aria che respiriamo, perchè questa è la condizione essenziale per qualsiasi nostro lavoro di pensiero e azione. Tuttavia la libertà non è solo un assunto teorico, un'astrazione o una norma morale dell'individuo per affrontare i problemi della società. E' prima di tutto un tangibile valore politico. La libertà reale è quella che si traduce nelle libertà come diritti. Prime fra tutte libertà di pensiero e libertà di coscienza che intendiamo come insostituibile mezzo nella ricerca della verità. Libertà di intraprendere, che trovando la sua più profonda origine nel diritto di proprietà privata, consideriamo la più tangibile manifestazione dell'individualità umana. Riconosciamo nella economia di mercato il più efficiente sistema per il raggiungimento del benessere diffuso in una società che, nella sana competizione e nel libero gioco delle forze produttive, veda l'ascesa dei migliori e l'incremento della ricchezza. E allora come potersi astenere dal citare una storica frase del Presidente Luigi Einaudi per il quale: "La libertà economica è la condizione necessaria per la libertà politica." Dunque, Liberalismo significa progresso, significa meritocrazia. Dobbiamo batterci perchè il merito si inserisca all'interno del funzionamento di ogni singola istituzione. Perchè il merito è segno di civiltà oltre che di equità; è segno di giustizia. Permettetemi di chiamare ancora in causa il Presidente Einaudi quando ne "Il Buongoverno" scrisse: "Giustizia non può esistere laddove non vi è libertà." Oggi siamo in pochi e dobbiamo solamente avere volontà di operare, lavorare, sacrificarci, per diventare tanti. Possiamo farlo solo ponendo nelle coscienze altrui il seme del liberalismo e la cultura del sacro valore della libertà. Come giovani abbiamo bisogno di una fede, un fede laica. Un credo nell' individuo e nelle sue infinite possibilità di perfezionamento che ha il suo presupposto essenziale nella libertà. E noi questa fede abbiamo il dovere di difenderla da ogni tipo di ingerenza, sempre! E di non scendere a compromessi, mai! Vorrei concludere con una massima che mi ha colpito particolarmente perchè riassuntiva di tutta la filosofia e la storia del Liberalismo. E' una frase del filosofo liberale spagnolo Luis Ortega Y Gasset e dice: "Il liberalismo prima che una questione di più o di meno in politica, di destra o sinistra, è un'idea radicale della vita: è credere che ogni essere umano debba essere libero di soddisfare la propria individualità ed il proprio intrasferibile destino." Grazie a tutti.
Roma, 28/11/2009
Intervista all'onorevole Paolo Guzzanti.
Intervista all’Onorevole Paolo Guzzanti, firma di Panorama, ex Vicedirettore del Giornale e parlamentare del Partito Liberale Italiano.
Onorevole Paolo Guzzanti, la comunicazione politica verso i giovani in questi ultimi anni sembra avere un incedere assai lento e faticoso. Come la politica può avvicinare i giovani e porre fine a questo clima di sfiducia?
Bisogna fare sognare i giovani e non solo loro. La politica moderna dimostra che i programmi, i tomi, gli innumerevoli punti sono quasi inutili per coinvolgere i giovani. Se guardiamo alle campagne elettorali di Kennedy, Regan o Obama dimostrano che chi assume un atteggiamento comunicativo soprattutto verso i giovani ed è in grado di dare prospetto di un futuro e di una società costruita in modo diverso riesce a vincere le elezioni e ad avvicinare le persone alla politica. Ai giovani vanno offerti i semi del futuro del Paese, perché loro stessi lo andranno poi a costruire. Quindi direi meno comunicazione sindacale, strutturale ed economica e più sogni e valori trasmessi tramite i messaggi della politica. Lo “Yes we can” di Obama è l’emblema di un messaggio vincente costituito proprio di valori e sogni.
C’è una carenza di formazione politica da parte dei partiti verso i giovani? Non sarebbe necessaria una maggiore responsabilità dei partiti per quanto riguarda la formazione delle proprie future classi dirigenti?
La formazione politica è un’idea quasi mitica. La facevano i vecchi partiti della Prima Repubblica. Vanno cercati giovani motivati. Lo dimostrano le campagne elettorali di Obama e di Sarkozy. Se il leader è capace di far sognare e accendere le pulsioni e le passioni naturalmente i giovani lo seguiranno. Poi chiaramente le possibilità di affermazione in politica si ampliano per i giovani con alla base una solida preparazione culturale. E’ necessario inoltre guardare ad una formazione dei giovani in maniera più moderna, più leggera, con Internet ad esempio. In ogni caso la formazione è imprescindibile. Se un partito non pensa al futuro e ai giovani è un partito morto.
Capitolo libertà di informazione. Cito una celebre frase di Leo Longanesi: “Non è la libertà a mancare, mancano gli uomini liberi.” Data la sua grande esperienza come giornalista crede che in Italia esista maggiormente un problema legato alla libertà di informazione o alla carenza di deontologia professionale dei giornalisti?
In Italia mancano le condizioni di base per un giornalismo serio. Vige un problema storico. In Italia nulla è neutrale, indipendente o completo. Bisogna comprare e leggere una mazzetta di quotidiani per capire quello che un americano, un inglese o un francese riescono a comprendere leggendo un solo giornale. In Italia è stato sputtanato e declassificato il concetto di verità. La verità esiste. E’ il racconto aderente ai fatti, senza aggiungere né togliere o manipolare nulla. Questa è la verità. Non è un concetto ontologico. Nel nostro Paese purtroppo ognuno ha la sua verità. Quindi questa non viene più raccontata. Per un’informazione corretta bisogna ritrovare la ragion d’essere del giornalismo che è cercare attivamente, criticamente e raccontare.
Esteri: un pensiero sul Presidente americano Barack Obama. E’ solo un’icona positiva, carismatica, affascinante che simboleggia ed esprime la necessità di rinnovamento del mondo o effettivamente un reale innovatore, pragmatico e riformista dal punto di vista politico?
Obama è un uomo estremamente americano e quindi estremamente pratico. Egli parte dal semplice concetto dell’azzeramento del problema. Affronta i problemi e cerca soluzioni per risolverli senza guardare troppo al passato. Mette alla prova i fatti. Lo vediamo in politica estera con l’Iran o nell’ecologia. In questo campo ha promosso con ingenti stanziamenti la ricerca sulle fonti di energia alternative. La risposta alla crisi economica di Obama sta venendo dagli investimenti nella ricerca e nello sviluppo. In un’ottica di pensiero tipicamente americana che in particolar modo in Italia non si è mai affermata.
Scrivono David Hume: “Quando disegnate una costituzione partite dall’ipotesi che prenda il potere un mascalzone, non perché questo rivesta i caratteri della necessità, ma perché può accadere.” E Thomas Jefferson: “In questioni di potere smettiamola di parlare di fiducia negli uomini, ma impediamo loro di nuocere con le catene della costituzione.” E’ d’accordo con una visione antropologica così pessimistica nei confronti della natura umana? Pensa che la politica riesca realmente ad incanalare in un ordine giuridico le pulsioni umane negative?
La politica non deve avere l’ambizione di arginare le passioni umane. La politica deve creare le condizioni perché tutte le pulsioni costruttive trovino la loro strada e tutte le passioni distruttive siano contenute e rese innocue. In modo che siano promosse la meritocrazia, la libera iniziativa, la ricerca, lo sviluppo. Questo almeno in una visione liberale come quella del sottoscritto. Sono tuttavia d’accordo sul fatto che una buona costituzione debba bloccare qualsiasi processo che vada a ledere la libertà degli individui. L’art. 1 della Costituzione Italiana non dice nulla, in particolare la dicitura “fondata sul lavoro”. E se non lavoro? Per prima cosa voglio che la Costituzione garantisca la mia libertà e di conseguenza la mia responsabilità che da questa deriva. La Carta costituzionale deve incapsulare e rendere innocuo un possibile tiranno e le sue ambizioni. Ad esempio il nostro Presidente del Consiglio è un primus inter pares non è un Cancelliere o un Prime Minister . La nostra costituzione in questo senso è valida perché scritta in chiave antifascista e antitotalitaria.
Pubblicato su MadamaLouise di Dicembre
Abbasso il viola, viva la politica.
Siano stati 90mila, 300mila o un milione di persone ieri non cambia nulla. Silvio Berlusconi ha vinto e vincerà ancora. C'è una certa parte della popolazione italiana che ancora non riesce a capire. Nonostante in 15 anni non ci si sia riusciti a liberare di lui non si è ancora capito che l'antiberlusconismo rafforza il berlusconismo. In una spirale che sembra non conoscere fine. Antipolitica vuol dire immobilismo. Siginifica protesta fine a se stessa. E' testimonianza della vittoria della politica del Presidente del Consiglio, testimonianza della perseguita e raggiunta personalizzazione della politica attuata dal Cavaliere. Tutto è ridotto alla mera e desolante dicotomia Si-B o No-B. In un modo o nell'altro si parla sempre di lui, indipendentemente che sia sogno, stima, adorazione, odio, rabbia o rancore. Sono il suo nome e la sua persona a dettare le regole della politica italiana. A far muovere il popolo in un verso o nell'altro contribuendo ad accrescere il suo già smisurato ego personale. Il No-B day evidenzia e acutizza le spaccature del Pd che nonostante l'elezione di Bersani sembra ancora un soggetto politico invertebrato. Il Partito Democratico partecipa al No-B day, il Partito Democratico si astiene dal No-B day. Partecipa il Presidente, ma si astiene il Segretario. Divisione e confusione è la percezione dell'elettore di centrosinistra. Non mi si dica che non è divisione ma democrazia interna. Se una parte del PD va in piazza con Di Pietro e i giornalisti di Anno Zero è netta spaccatura sul modo di intendere l'opposizione e non democrazia interna. Si alimenta inesorabilmente la sensazione che la classe dirigente del PD non sappia più che pesci prendere, che i programmi siano morti e le idee confuse. Immaginate un elettore moderato che legge di questo PD. Quanto meno vota per Casini alle prossime elezioni. Con la piazza non si cambiano i destini. In democrazia i destini si cambiano con i rappresentanti in Parlamento, con le riforme condivise, con i programmi, con i dibattiti parlamentari. Cosa resta del No-B day? Resta la confusione e non solo di cifre. Resta lo smarrimento di una politica che sopratutto a sinistra ha perso la sua identità e degenera in antipolitica. Tutti in piazza con le maschere della piovra per un pentito, un mafioso pluriomicida, che nei controinterrogatori si dimena tra un "non ricordo" ed un "non lo so". Si svolge mentre la polizia arresta i due boss Gaetano Fidanzati e Giovanni Nicchi, numero due di Cosa Nostra. Mentre viene inaugarata la tratta alta velocità Milano-Torino. E' il ritratto di un Paese paralizzato che ha messo in cima all'ordine del giorno le "necessità" processuali di un solo uomo e ha bloccato tutto il resto. Ed ancora una volta Berlusconi ha vinto e continuerà a farlo perchè, vada come vada, si parla solo di lui e delle sue vicende e mai di controproposta politica. Si protesta per o contro qualcuno e mai a favore o contro qualcosa. La maggioranza degli Italiani vuole sapere che ne sarà del proprio lavoro, della propria casa, della propria scuola e del proprio futuro. Se Berlusconi sbagliando non fornisce risposte per aggiustarsi i processi dall'altra parte allo stesso modo è il vuoto. Si leva solo l'eco Berlusconi ladro, Berlusconi colpevole, Berlusconi mafioso. Stop. E' quasi più prolifico di risposte alternative fini in questo momento. L'antipolitica si alimenta di marce, slogan, giustizialismo ed immobilismo, la politica di idee,riforme, proposte e azioni. Torniamo alla politica, quella autentica. Almeno noi giovani. Torniamo ai voti perchè è con quelli che si costruisce la politica. Quella vera. Abbasso il viola.
martedì 22 settembre 2009
Pdl: prima o poi doveva succedere.
Quando si crea un partito dal nulla che si verifichino incidenti di percorso è fisiologico. E' quello che sta succedendo al Popolo della Libertà. Ma se questi incidenti si verificano nella selva oscura della politica italiana qualsiasi discussione,incomprensione o mal di pancia intestino può portare alla catastrofe. Non solo il Pdl sta attraversando un delicato momento di transizione ma è evidente che la politica italiana tutta sembri sul punto di evolvere verso altri orizzonti. Il momento di crisi del Pdl è connaturato alla sua nascita. Il Pdl non è un partito. Infatti il suo leader Silvio Berlusconi ha preferito la dizione "Popolo" a quella di "Partito" proprio per evidenziare la volontà di superare i vecchi schemi politici novecenteschi. Non essere un partito dal punto di vista organizzativo comporta perplessità, difficoltà e controversie interne. E' ciò che sta accadendo nel Pdl. Situazione che può essere esemplificata nel duello a distanza tra i due fondatori, ovvero Fini-Berlusconi. Il Pdl è nato dalla fusione di due partiti, An e Fi. Il primo era un "partito di quadri" , con una classe dirigente forte, con una storia lunga, con un evoluzione storica ed ideologica profonda. Fini era il principe, ma un principe costretto ad ascoltare i suoi potenti generali. Forza Italia era quello che gli americani definiscono "Leader's party", il partito del leader. Dove una figura centrale e carismatica, Berlusconi nella fattispecie, aggrega un ampio numero di elettori e si fa portatore delle idee di questi. Il leader però ha in mano il partito, chè intorno a lui è costruito. Tutto è in funzione del capo, che non ha generali o colonnelli ma solo consiglieri. Nessuno può contraddirlo e chi non è d'accordo con le scelte politiche di questo se ne deve andare. Forza Italia non aveva una classe dirigente forte o ereditiera di una qualche ideologia culturale,tutto era appunto in funzione di Berlusconi.VIsta la fusione dei due modelli descritti è chiaro come possano sorgere ora incomprensioni all'interno della classe dirigente Pdl e scontri tra i due fondatori. I due in questione inoltre sembrano avere il medesimo obiettivo: il Quirinale. Anche se Fini potrebbe avere eseguito una serie di manovre politiche per proporsi come successore del Presidente del Consiglio. Lo scenario è insomma nebuloso non tanto nelle cause quanto nelle possibili risoluzioni. Si presentano inoltre delle aggravanti. La prima sul fronte degli alleati. La Lega è in crescita, il suo potere ricattatorio aumenta nei confronti del Pdl e il Presidente del Consiglio è costretto a fare concessioni per evitare di vedere il suo governo messo sul lastrico. Le intemperanze leghiste sono malsopportate dagli ex aennini con Gianfranco Fini in testa. Seconda aggravante è la possibile creazione di un grande centro che comprenda Udc e Margherita con l'ipotetica discesa in campo di un personaggio potente, stimato e rispettato come Luca di Montezemolo. Il Presidente della Ferrari smentisce ma dialoga con tutti, Rutelli sostiene che non se ne andrà dal Pd ma tende la mano al collega Casini. Lo stesso Bersani se eletto alla segreteria potrebbe, sfruttando proprio i rutelliani come ponte, proporre un'alleanza al centro cattolico. Quest'ultima circostanza è diretta conseguenza della debolezza tanto interna quanto esterna del Pd che potrebbe aprire ipotetiche spaccature e scissioni interne. Sullo sfondo infine si pone un giornalismo aggressivo,scandalistico, urlatore. Tanto a destra quanto a sinistra. La RAI in confusione che fa il gioco di Berlusconi, ma sinceramente lascia perplessi la possibilità che il Presidente del Consiglio guadagni consensi da queste imbarazzanti querelle televisive. E' difficile andare oltre queste ipotetiche previsioni allo stato delle cose attuali. Resta solo una certezza, anzi due. La prima è che il biporalismo in Italia stenta ad affermarsi e sembra nuovamente sull'orlo del fallimento. La seconda è che il giornalismo italiano ha toccato il suo punto più basso negli ultimi anni, per questo ora come ora e salvo qualche nobile eccezione, fa più che schifo.
sabato 6 giugno 2009
Antiberlusconismo,l'ossessione,il buco nero della sinistra.
E' davvero singolare di come un uomo, nemmeno tanto alto poi, possa diventare una vera e propria ossessione. Stiamo parlando di quello non tanto alto, di colui-che-non-può-essere-nominato ma che è sempre sulla bocca di tutti, un pò come il diavolo nel medioevo, parliamo di Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana. E' impressionante come un'intera ala politica possa annichilirsi, annientarsi di fronte ad un nome, di fronte ad un singolo uomo. Sì proprio così miei cari lettori perchè la sinistra italiana da questa malattia non ne esce più. Lui sempre lui, solo lui, inevitabilmente lui. Il corruttore,il cavaliere mascarato,lo psiconano,Sua Impunità,il condannato,il fedifrago,il caimano. L'antiberlusconismo è una malattia. Sentiei i leader del Pd in tv, su tutti i giornali parlano solo di lui. Ha detto, ha fatto, non ha fatto,vergogna,buffone.Siamo in piena campagna elettorale per le Europee e non si parla che di lui. Andate sul sito del Pd, provare per credere. Non si parla di programmi, non si parla di riforme, si parla di lui e di Noemi. Delle veline e villa Certosa. Se ne parla tanto sui "suoi" giornali che sui "loro" giornali, Repubblica in primis. E pensare che lo criticavano in nome della morale perchè aveva portato culi e tette in tv. Adesso le ha portate persino sui loro giornali oltre che in tv. Le ha portate in politica, sulle loro bocche. E gli intellettuali? Anche quelli sono scomparsi. O meglio sono passati anche loro alla barricata antiberlusconiana,all'ala più reazionaria.Sono passati con Di Pietro.Bell'affare. L'ossessione che ha decretato la fine delle idee della grande politica. Un'aspirale dalla quale è impossibile uscire, una malattia incurabile e mortale, un serpente che ti avvolge e poi ti stritola senza pietà. Da Occhetto a Veltroni, Berlusconi ha fatto terra bruciata. Perso il senso della realtà,si alimenta le leggenda. E il caimano vince, perchè in fin dei conti si parla solo di lui e sembra l'unico in grado di realizzare concretamente qualcosa su questo paese, nonostante i modi poco ortodossie le uscite incongrue. Si vive oramai di retorica, alimentata anche da una malsana forma di giornalismo. Quante volte avete sentito "Controlla l'informazione" o "Se fosse stato in un altro paese..." già in un altro paese, ma noi siamo in Italia. Siamo italiani e che ci piaccia o no resta questa la nostra patria. La storia non si fa con i sè e con i ma, non si fa con certe giustificazioni. Perchè il nemico intanto ti spiana e tu continui a perdere. Il Pd non ha un leader e non ha nemmeno una giovane promessa. Non ha capito ancora che con questa formula dell'antiberlusconismo il Presidente del Consiglio non si batte. Non si batte perchè non si può contare nemmeno più sulla sinistra radicale dei tempi di Prodi. Perchè il comunismo è morto nel 1991 e nessuno lo riporterà in vita. Come le ultime lezioni dimostrano. Non lo ha capito nemmeno Di Pietro che però su questo sistema ci gioca e si porta furbescamente via un 7-8% di scontenti del Pd. Intanto gli operai votano la Lega. Ed è inutile appellarsi alla morale o ancor peggio a designare questi ultimi come ignoranti. E' ipocrita perchè quando votavano Pci,una volta, ignoranti non lo erano. Da uomo di destra penso che la sinistra italiana dovrebbe ritrovare Machiavelli.Quella che il grande politologo cinquecentesco chiamava "la realtà effettuale della cosa". Dovrebbe ritrovare idee e pragmatismo. Smetterla con i sè e con i ma. Con il piangersi adosso. Idee,fatti,programmi. La maggioranza degli elettori in fondo vuole tre cose: una paga, un tetto e sicurezza. La politica e la morale mal si conciliano nell'epoca dell'industrializzazione. Così come i vecchi schemi di partito ereditati dal passato. Amici della sinistra rifuggite questo spettro che vi disturba continuamente il sonno.L'elezioni non si vincono con l'odio e con la demonizzazione dell'avversario. Ritrovate uno slancio vostro senza cercare di farvi vanamente tirare la volata dalle defallances del nostro Presidente del Consiglio. Ne guadagneremo tutti in salute civile e politica,l'Italia in primis.
venerdì 15 maggio 2009
Silvio Berlusconi, che cosa resterà?
Ci sono personaggi che nel bene o nel male sono sempre sulla bocca di tutti. E' sempre stato così nel corso della storia. C'è chi passa in silenzio, quasi inosservato nonostante eserciti un certo potere e c'è chi non riesce a fare a meno di provocare un rumore a volte quasi assordante ad ogni suo passaggio. Silvio Berlusconi rientra in pieno in quest'ultima categoria di personaggi. Si dica tutto di lui, purchè se ne parli. E a lui sta bene così. La domanda ricorrente che sorge spontanea in questi ultimi tempi è che cosa resterà di Silvio Berlusconi? O ancor meglio quale Berlusconi passerà alla storia? Che cosa ricorderemo, o forse sarebbe meglio dire ricorderanno, di lui? I processi, le gaffe nel panorama internazionale, le discutibili amicizie, l'essere donnaiolo fino a sconfinare nel cattivo gusto, l'uso del potere economico per alimentare il consenso, il conflitto di interesse, le leggi ad personam,i lifting. O lo ricorderanno per il carisma, l'industriosità, l'operosità, per essere figlio naturale di una borghesia italiana che non vuole arrendersi alla malsana mentalità cattocomunista, per essere l'imprenditore a tutto tondo, l'artefice della spettacolarizzazione della televisione, il modernizzatore del Paese, l'unico faro verso cui guardare dopo le cocenti delusioni della Prima Repubblica, come un politico che pure non essendo tale ha esercitato il potere più e meglio degli altri. Che cosa ricordare di Silvio Berlusconi? Ognuno scelga la sua verità. Di fatto resta che il Presidente del Consiglio ha cambiato i modi ed i linguaggi della politica italiana. Schietto fino a far male, spontaneo da rischiare l'incidente diplomatico, spesso esagerato nelle esternazioni,a tratti comico tendente all'imbarazzante. Si presenta in pubblico vestito sempre allo stesso modo, sempre sorridente, sempre ottimista. Si presta alla satira. Ama le folle e si getta tra le braccia della gente come nessuno aveva mai fatto prima. Annuncia la nascita di un nuovo partito dal predellino della sua auto. L'ortodossia, che piaccia o meno, non rientra nel vocabolario di Silvio Berlusconi. Ha rotto con il politichese e con la tradizione. Ha ridisegnato i canoni del politically correct a suo piacimento. Questo è innegabile. Forse lo votano anche per questo. E' un leader naturale che ha saputo crearsi un contatto con il pubblico mentre gli avversari si crogiolavano in vane elucubrazioni intellettuali. Rappresenta l'italianità anche se so che qualcuno se la prenderà a male. Nel suo personaggio confluiscono tanto Machiavelli quanto Pulcinella, tanto D'Annunzio quanto Ulisse. E' la personficazione di chi ce l'ha fatta,glissando sul come. Icona quasi unica del self made man italiano. Come lo ricorderà la Storia? La Storia la fanno i vincitori ed in questo momento Berlusconi è un vincente. Può far sorridere il paragone ma Bertolt Brecht sosteneva che la cosa più grande di Giulio Cesare erano i suoi debiti, ma nessuno lo ricorda come fallito o bancarottiere. Allo stesso modo Napoleone era incline agli scandali di corte dovuti alla sua predisposizione verso il peccato della lussuria. Ma anche questo è entrato a far parte del mito. Il passato, anche se spesso non ce ne accorgiamo, è sempre letto dalla parte dei vincitori. E il controverso Cavaliere di Arcore? E' proprio il caso di dire...Ai posteri l'ardua sentenza.
venerdì 8 maggio 2009
Appunto su Montanelli.
E' strano di come la storia possa cambiare e ancor meglio rivalutare le sorti di un uomo. Nella vita, come tutti, anche i Grandi hanno amici e nemici. Poi è la storia a consacrarli universalmente nel tempio della memoria, sorvolando e ripulendo qualunque screzio e qualunque macchia della vita terrena. A volte però, questo atteggiamento revisionista si rivela meschino, partigiano, tanto strumentalizzato quanto ipocrita. Tutto questo pesante revisionismo confluisce perfettamente nella figura di forse il più grande dei giornalisti d'Italia, Indro Montanelli. Di Montanelli si sa che è stato fascista e che sognava una destra ideale che in Italia non ha mai preso piede. Si è scagliato per tutta la sua vita contro la sinistra, la sua cultura e il radical-chicchismo. Le intelighenzie della sinistra hanno ,per parte loro, fatto lo stesso contro di lui. Insomma una lotta legittima e ad armi pari. Poi intorno al 1993 succede qualcosa. Indro Montanelli, direttore del Giornale, lascia il suo posto di lavoro perchè in disaccordo con l'editore Silvio Berlusconi. Si lancia in una battaglia più o meno giusta contro il Cavaliere ed i suoi modi di fare politica. Il metodo è quello da intellettuale di destra che ha visto scomparire i suoi ideali soppiantati da una politica di destra inquinata e talvolta illiberale. Nel 2001 il grande Indro se ne va. Ed è qui che entra in gioco la malsana potenza della storia. Improvvisamente la sinistra ed i radical-chic da sempre avversari ne fanno un eroe in nome dell'anti-berlusconismo. Lo chiamano Maestro, postano i video su youtube, lo compiangono come un censurato, ne fanno una vittima dell'inquisizione di Arcore. Erano gli stessi che gli davano del "fascista", del "razzista" che la solidarietà non gliela davano quando venne gambizzato dalle Brigate Rosse nel 1977. Adesso è una bandiera, di più: un mito. Idolatrato dai Di Pietristi, dai travaglini, dai grillini, dalle sinistre di ogni tipo. Baluardo,questo senza dubbio è incontestabile, della libertà di informazione. Addio fascismi, addio razzismi, addio avversioni se c'è di mezzo l'andare contro Berlusconi. Siamo tutti una grande famiglia contro il Cavaliere Nero. Scomodiamo chi non c'è più ed ha un nome prestigioso. Eccolo il festival delle ipocrisie. Di chi se fosse in vita sconfesserebbe tanto il Presidente del Consiglio quanto Beppe Grillo, tanto i giornali politicizzati quanto i modi di Travaglio e company che se ne vanno in piazza ad arringare le folle. Montanelli è opportuno ricordalo come giornalista, come uomo capace di raccontare i fatti meglio degli altri, come un professionista indipendente e determinato. Non solo esclusivamente come una comoda bandiera sotto la quale rifugiarsi al sicuro dopo averlo ignorato o combatutto per anni. Riflettiamo. La memoria non dovrebbe essere manipolabile a seconda del momento e del proprio tornaconto. A cento anni dalla sua nascita il grande Indro Montanelli preferisco ricordalo per queste sue parole: "L'unico consiglio che mi sento di dare - e che regolamente do - ai giovani è questo:combattete per quello in cui credete.Perderete, come le ho perse io, tutte lebattaglie. Ma solo una potrete vincerne.Quella che s'ingaggia ogni mattina,davanti allo specchio."
La destra che vorrei, e che non c'è.
Basta, almeno per un attimo, con il realismo. Pausa con la dialettica della mancanza di alternative. Passiamo al lontano mondo delle idee, in ambito platonico. Arriva ufficialmente il Pdl la prossima settimana e già si annuncia come una nuova destra. In Italia una destra moderna e liberale non c'è e non ci sarà a breve. Non esiste una destra alla Nicolas Sarkozy. Quello di Berlusconi è un partito del leader. Eterogeneo è vero, variato siamo d'accordo ma il perno è sempre il Cavalier Silvio. E' lui il padrone. Potremmo dire che il Partito delle Libertà ha dei tratti di destra, ma non che sia un partito di destra e tantomeno una destra nuova. Chi si dice di destra non può essere d'accordo con chi ha votato a favore di quello scempi che è l'indulto, non può sostenere chi taglia i fondi alle forze dell'ordine e le rimpiazza con le ronde di matrice padana. Non può dirsi totalmente d'accordo con la legge sulle intercettazioni perchè lascia supporre che la classe politica abbia qualcosa da nascondere. Anche se di una legge c'era bisogno. Non può dirsi a favore del lodo Alfano, perchè senza prenderci in giro, è una legge che non sta nè in cielo nè in terra(pensate negli USA cosa sarebbe successo...). Il falso in bilancio è stato depenalizzato e di questi tempi non mi pare proprio il caso. Le battaglie per la legalità sono passate dall'essere ipotetico cavallo di battaglia della destra al partito di Di Pietro. Il liberalismo non trova spazio nei partiti dei leader. La privatizzazione delle università non può funzionare se non supportata da un adeguato sistema di borse di studio che secondo il modello americano premi realmente i più meritevoli. E' pienamente di destra la battagli di Brunetta contro i fanulloni nella Pubblica Amministrazione, e va bene. Ma le province dovevano abolirle, invece continuano ad aumentare.Le Comunità Montane, lo stesso. Altro principio inconciliabile con lo stato leggero di matrice ideologica liberale. Ho sentito dire che la Lega Nord è il partito che meglio rappresenta la destra. Enorme falsità. Significherebbe che siamo proprio spacciati. La Lega è un partito territoriale che di destra non ha nulla. Non è di destra chi brucia il tricolore, non è di destra chi inneggia alla Padania. Non scendiamo nell'ignoranza totale ed assoluta. La caccia ai clandestini della Lega non può rientrare nell'equazione dell'idea di destra. Gli immigrati si regolarizzano, si espellono con razionalità ed efficacia senza scelte irrazionali. E' tempo di uscire dalla retorica della destra discriminante e razzista. Così come non può rientrarci il secessionismo. Siamo tutti italiani come secondo i valori risorgimentali. Vorrei una destra che superi i busti, le celtiche, le svastiche e i fasci. Vorrei che queste sparute minoranze capiscano il valore della democrazia. Vorrei una destra laica che conservi le radici cristiane dell'Europa ma che non si pieghi ai diktat vaticani. Che risponda come i ministri francesi alle uscite reazionarie di Papa Benedetto XVI e non con un no comment. Vorrei una destra europeista veramente. Tanto patriottica quanto conscia che la crisi economica e politica si supera con la cooperazione ed il dialogo interno all'Europa Occidentale e aperto verso il resto del mondo. Vorrei una destra liberista perchè il dazio allunga solo l'irreversibile agonia della crisi(e qui torniamo alle Lega). Vorrei una destra identitaria, che non dimentichi i propri valori, le proprie radici ma che non si serva di essi per farne un uso irrazionale o un pretesto. Vorrei un modus agendi, una forma di pensiero prima ancora di una formazione politica. Conservatori razionali, aperti alla modernità, alla tecnologia e al dialogo. Perchè il mondo corre e non possiamo rimanere indietro, cullarci sopra sogni di antica gloria. So che ora mi direte che non c'è alternativa, che la sinistra è disastrosa e Berlusconi è il male minore perchè comunque sa quello che vuole ed ha la stoffa del leader. Ma l'ho già scritto sopra, è solo un esercizio idealista. E ogni tanto fa bene.
lunedì 23 febbraio 2009
Intervista a Piero Ostellino
Ecco l'intervista da me realizzata telefonicamente a Piero Ostellino, ex Direttore ed Editorialista del Corriere della Sera.
I grandi quotidiani americani sono in crisi di vendite. Come noto quello che accade negli Stati Uniti anticipa quasi sempre ciò che poi succederà in Europa. I nostri quotidiani hanno motivo di preoccuparsi? Se si, quali cause sono sottese a tale tendenza?
C’è un forte motivo di preoccupazione. Se continua questa flessione di vendite nel giro di 5 anni si corre il rischio che i quotidiani chiudano. Le cause sono sostanzialmente due. Una prima causa la definirei strutturale. La struttura dell’informazione è evoluta. Internet, le televisioni, il digitale terrestre, soffocano i giornali ed i quotidiani in particolare. La seconda causa è interna alla stampa. I giornali sono troppo spesso intenti a parlare di politica, delle divisioni di questa, delle teorie economiche e sociali. I quotidiani si dimenticano della gente comune. Non si parla più dei fatti dei cittadini, che sono poi quelli che interessano il grande pubblico e di conseguenza fanno vendere.
I giovani leggo sempre di meno i giornali ed i quotidiani in particolare. Perché? Come salvaguardare allora la vita dei quotidiani?
I giovani è vero leggono sempre meno i giornali, ma esiste un motivo. Nessuno li educa più a leggere. La mia generazione a scuola veniva interessata alla lettura. Così ci si appassionava tanto ai classici quanto alla lettura dei giornali. La scuola di oggi sembra incapace di interessare i ragazzi alla scoperta, alla curiosità, all’informazione. Inoltre sono aumentati i veicoli di distrazione che li allontanano dalla conoscenza, basti pensare ad internet, telefonini, televisioni, discoteche. I quotidiani possono salvarsi solo raccontando fatti che interessano alla gente. Le faccio un esempio. Dopo 55 richiami della Corte dei Diritti dell’uomo, la nostra Corte Costituzionale ha finalmente emanato una sentenza sull’esproprio di una proprietà privata da parte dello Stato. Esproprio prima pagato al 30% del valore della proprietà ed ora, dopo la sentenza, pagato a prezzo di mercato dallo Stato. Questo è un fatto che non ha trovato spazio, ma riguarda i cittadini in prima persona.
Giorgio Bocca nel suo ultimo libro sostiene che i giornali siano avvelenati dalla pubblicità che è anima del commercio e che questo li porti a crisi tanto di gigantismo di notizie effimere quanto alla spettacolarizzazione del macabro, fino ad essere riduttivi sulle notizie serie. E’ d’accordo?
La pubblicità inquina e manipola soprattutto i giornali di consumo. I quotidiani sono influenzati in maniera molto minore. Il problema è che i quotidiani hanno oramai preso a raccontare fatti e fatti anche seri come fossero quelli di un reality show. Prendiamo il caso della povera Eluana Englaro, invece di addurre le ragioni etiche, politiche, giudiziarie che potevano emergere da questa vicenda si è andati dietro alle varie opinioni e divisioni politiche.
L’informazione in internet sembra diventare sempre più dominate e totalizzante, come è cambiata o cambierà l’informazione con la prepotente ascesa della rete? Aumenta veramente il pluralismo,la libertà di informazione,di opinione e di stampa?
Sicuramente internet aumenta la massa di informazioni e di notizie. La domanda che bisogna porsi credo sia un’altra. Internet aumenta la nostra conoscenza? In questo caso credo che la risposta sia negativa. La rete ci inonda di notizie ma spesso questo profluvio di informazioni nasconde e fa venire meno il riconoscimento delle dinamiche che muovono la storia, dei rapporti causa-effetto. E’ indubbio comunque che più fatti vengono raccontati, meglio è. Bisognerebbe poi, come detto, spiegare le cause dei fatti. Un altro problema di internet sono le innumerevoli inesattezze e la spazzatura culturale che la rete ogni giorno ci presenta. Serve una navigazione attenta ed oculata nel mondo dell’informazione globale che deriva imprescindibilmente dalla conoscenza.
Secondo quanto detto, dovremmo aspettarci una ridefinizione del ruolo del giornalista? Di quali nuove competenze necessiterà il giornalista di domani?
Oramai il giornalista dei quotidiani è diventato un giornalista-impiegato che timbra notizie non verificate. Le trova su internet o le apprende dalle agenzie di stampa. La cronaca fatta sul posto e sul momento è finita. E’ finito il tempo in cui il riportare fatti imponeva uno sforzo fisico e mentale. Direi che con l’avvento dei comunicati stampa e della loro lettura acritica da parte della maggioranza dei giornalisti che molte competenze proprie della professione siano venute meno. Mancano lo spirito critico e le azioni giornalistiche di un tempo. C’è anche un deficit di conoscenze specifiche. Basta osservare i corrispondenti all’estero. Non sono più informati come un tempo sulle dinamiche interne, sulla cultura del paese in cui si è inviati a fare corrispondenza. Acquisiscono conoscenze e notizie e conseguentemente si informa basando tutto il lavoro sui comunicati delle agenzie di stampa nazionali. Metodo senz’altro più veloce e meno faticoso, ma il servizio ne perde in qualità.
In Italia si parla sempre di quotidiani controllati da veri e propri centri di potere. C’è chi arriva a parlare di scomparsa dei fatti per ordine degli editori. Quanto c’è di vero in queste costatazioni? E’ realmente così malato il sistema italiano dell’informazione?
Credo che siano affermazioni iperboliche. Non credo nè ho mai saputo o visto in tutta la mia carriera un editore che ogni giorno telefonasse per dire cosa scrivere e cosa non scrivere, quale notizia dare e quale no. Ritengo che sia solo una giustificazione per le cortigianerie dei singoli giornalisti, che in Italia si nascondono sempre dietro espressioni come “poteri forti” e “centri di potere”, ricercano congiure di palazzo che non esistono.
Spesso si accusa il Presidente del Consiglio di esercitare pressioni sui giornali e le televisioni posseduti dalla sua famiglia e dai gruppi da lui fondati. Qual è la sua impressione?
Per come sono impostati alcuni di questi mezzi di informazione un minimo sospetto ci può essere. Tuttavia non credo proprio che Berlusconi possa ogni giorno influire personalmente sui suoi media. Semmai sono altri a farlo. Non mi sembra nemmeno che questi avallino in maniera così acritica la sua linea politica o almeno non tutti. Anche perché Berlusconi non ci guadagnerebbe nulla politicamente. Gli giova senza dubbio di più che i suoi giornali mantengano una linea critica anche se ovviamente sarebbe difficile immaginarli allineati a sinistra. Tuttavia un atteggiamento liberale dei giornali di Berlusconi sarebbe auspicabile per la sua immagine pubblica.
Un ultima domanda: oggi è ancora possibile parlare di un’ etica del giornalista?
Un minimo di deontologia è necessario e deve essere preservato. Oggi come ieri. Basta che il giornalista riporti la notizia vera e il fatto così come è accaduto. Bisogna evitare sistemi teleologici nei quali la notizia abbia secondi fini, ovviamente poco ortodossi.
I grandi quotidiani americani sono in crisi di vendite. Come noto quello che accade negli Stati Uniti anticipa quasi sempre ciò che poi succederà in Europa. I nostri quotidiani hanno motivo di preoccuparsi? Se si, quali cause sono sottese a tale tendenza?
C’è un forte motivo di preoccupazione. Se continua questa flessione di vendite nel giro di 5 anni si corre il rischio che i quotidiani chiudano. Le cause sono sostanzialmente due. Una prima causa la definirei strutturale. La struttura dell’informazione è evoluta. Internet, le televisioni, il digitale terrestre, soffocano i giornali ed i quotidiani in particolare. La seconda causa è interna alla stampa. I giornali sono troppo spesso intenti a parlare di politica, delle divisioni di questa, delle teorie economiche e sociali. I quotidiani si dimenticano della gente comune. Non si parla più dei fatti dei cittadini, che sono poi quelli che interessano il grande pubblico e di conseguenza fanno vendere.
I giovani leggo sempre di meno i giornali ed i quotidiani in particolare. Perché? Come salvaguardare allora la vita dei quotidiani?
I giovani è vero leggono sempre meno i giornali, ma esiste un motivo. Nessuno li educa più a leggere. La mia generazione a scuola veniva interessata alla lettura. Così ci si appassionava tanto ai classici quanto alla lettura dei giornali. La scuola di oggi sembra incapace di interessare i ragazzi alla scoperta, alla curiosità, all’informazione. Inoltre sono aumentati i veicoli di distrazione che li allontanano dalla conoscenza, basti pensare ad internet, telefonini, televisioni, discoteche. I quotidiani possono salvarsi solo raccontando fatti che interessano alla gente. Le faccio un esempio. Dopo 55 richiami della Corte dei Diritti dell’uomo, la nostra Corte Costituzionale ha finalmente emanato una sentenza sull’esproprio di una proprietà privata da parte dello Stato. Esproprio prima pagato al 30% del valore della proprietà ed ora, dopo la sentenza, pagato a prezzo di mercato dallo Stato. Questo è un fatto che non ha trovato spazio, ma riguarda i cittadini in prima persona.
Giorgio Bocca nel suo ultimo libro sostiene che i giornali siano avvelenati dalla pubblicità che è anima del commercio e che questo li porti a crisi tanto di gigantismo di notizie effimere quanto alla spettacolarizzazione del macabro, fino ad essere riduttivi sulle notizie serie. E’ d’accordo?
La pubblicità inquina e manipola soprattutto i giornali di consumo. I quotidiani sono influenzati in maniera molto minore. Il problema è che i quotidiani hanno oramai preso a raccontare fatti e fatti anche seri come fossero quelli di un reality show. Prendiamo il caso della povera Eluana Englaro, invece di addurre le ragioni etiche, politiche, giudiziarie che potevano emergere da questa vicenda si è andati dietro alle varie opinioni e divisioni politiche.
L’informazione in internet sembra diventare sempre più dominate e totalizzante, come è cambiata o cambierà l’informazione con la prepotente ascesa della rete? Aumenta veramente il pluralismo,la libertà di informazione,di opinione e di stampa?
Sicuramente internet aumenta la massa di informazioni e di notizie. La domanda che bisogna porsi credo sia un’altra. Internet aumenta la nostra conoscenza? In questo caso credo che la risposta sia negativa. La rete ci inonda di notizie ma spesso questo profluvio di informazioni nasconde e fa venire meno il riconoscimento delle dinamiche che muovono la storia, dei rapporti causa-effetto. E’ indubbio comunque che più fatti vengono raccontati, meglio è. Bisognerebbe poi, come detto, spiegare le cause dei fatti. Un altro problema di internet sono le innumerevoli inesattezze e la spazzatura culturale che la rete ogni giorno ci presenta. Serve una navigazione attenta ed oculata nel mondo dell’informazione globale che deriva imprescindibilmente dalla conoscenza.
Secondo quanto detto, dovremmo aspettarci una ridefinizione del ruolo del giornalista? Di quali nuove competenze necessiterà il giornalista di domani?
Oramai il giornalista dei quotidiani è diventato un giornalista-impiegato che timbra notizie non verificate. Le trova su internet o le apprende dalle agenzie di stampa. La cronaca fatta sul posto e sul momento è finita. E’ finito il tempo in cui il riportare fatti imponeva uno sforzo fisico e mentale. Direi che con l’avvento dei comunicati stampa e della loro lettura acritica da parte della maggioranza dei giornalisti che molte competenze proprie della professione siano venute meno. Mancano lo spirito critico e le azioni giornalistiche di un tempo. C’è anche un deficit di conoscenze specifiche. Basta osservare i corrispondenti all’estero. Non sono più informati come un tempo sulle dinamiche interne, sulla cultura del paese in cui si è inviati a fare corrispondenza. Acquisiscono conoscenze e notizie e conseguentemente si informa basando tutto il lavoro sui comunicati delle agenzie di stampa nazionali. Metodo senz’altro più veloce e meno faticoso, ma il servizio ne perde in qualità.
In Italia si parla sempre di quotidiani controllati da veri e propri centri di potere. C’è chi arriva a parlare di scomparsa dei fatti per ordine degli editori. Quanto c’è di vero in queste costatazioni? E’ realmente così malato il sistema italiano dell’informazione?
Credo che siano affermazioni iperboliche. Non credo nè ho mai saputo o visto in tutta la mia carriera un editore che ogni giorno telefonasse per dire cosa scrivere e cosa non scrivere, quale notizia dare e quale no. Ritengo che sia solo una giustificazione per le cortigianerie dei singoli giornalisti, che in Italia si nascondono sempre dietro espressioni come “poteri forti” e “centri di potere”, ricercano congiure di palazzo che non esistono.
Spesso si accusa il Presidente del Consiglio di esercitare pressioni sui giornali e le televisioni posseduti dalla sua famiglia e dai gruppi da lui fondati. Qual è la sua impressione?
Per come sono impostati alcuni di questi mezzi di informazione un minimo sospetto ci può essere. Tuttavia non credo proprio che Berlusconi possa ogni giorno influire personalmente sui suoi media. Semmai sono altri a farlo. Non mi sembra nemmeno che questi avallino in maniera così acritica la sua linea politica o almeno non tutti. Anche perché Berlusconi non ci guadagnerebbe nulla politicamente. Gli giova senza dubbio di più che i suoi giornali mantengano una linea critica anche se ovviamente sarebbe difficile immaginarli allineati a sinistra. Tuttavia un atteggiamento liberale dei giornali di Berlusconi sarebbe auspicabile per la sua immagine pubblica.
Un ultima domanda: oggi è ancora possibile parlare di un’ etica del giornalista?
Un minimo di deontologia è necessario e deve essere preservato. Oggi come ieri. Basta che il giornalista riporti la notizia vera e il fatto così come è accaduto. Bisogna evitare sistemi teleologici nei quali la notizia abbia secondi fini, ovviamente poco ortodossi.
mercoledì 4 febbraio 2009
Intervista a Mario Segni sul progetto Appello per la Democrazia
Intervista da me realizzata all'ex deputato ed europarlamentare, Professore di diritto Civile presso l'Università di Sassari, Mario Segni.
Professore, da dove, per quali motivazioni e per conseguire quali scopi nasce questo progetto, da lei fondato, chiamato Appello per la Democrazia?
E' una battaglia che dura da vent'anni. Ai primi anni 90 il movimento referendario è nato per trasformare lo stato italiano, strettamente parlamentare e creato su un modello ormai inadeguato, in una democrazia moderna aperta alla società e funzionale. Non dimentichiamo che con quei referendum portammo in Italia alcune regole della democrazia americana, la elezione diretta del sindaco e del governatore. E' un nuovo capitolo di una lunga campagna.
La scelta di farla conoscere e pubblicizzarla primariamente mediante sito internet e face book è ovviamente una scelta mirata. Ripone fiducia in questa politica che vuole sfruttare il mezzo telematico?Perchè questa scelta? Questione di costi (contenuti in rete) o pensa che possa avere maggior presa la pubblicizzazione dell’organizzazione via internet?
Tutti questi motivi. E' la più semplice, la più economica, la più moderna e la più efficace, sopratutto rispetto al mondo giovanile. lo vedo anche in questa piccola esperienza. Noi abbiamo acquistato mezza pagina sul Corriere della Sera, in posizione di grande visibilità, contemporaneamente messo l'appello su Facebook. Il numero delle adesioni è in rapporto di 2 a 1 a favore di Facebook.
Personaggi di grande spicco, ma anche di grande eterogeneità a livello politico ed ideologico hanno risposto al suo Appello, qual è la radice che accomuna queste personalità?
Per fortuna l'esigenza di migliorare ammodernare la macchina dello Stato e la vita pubblica è molto sentita. Un obbiettivo per tantissimi cittadini. Gli unici che ci pensano poco sono i politici.
Il progetto, mi consenta di dirlo, sembrerebbe configurarsi più come una societas di intellettuali che non come una vera e propria organizzazione politica, non pensa che potrebbe mancare di concretezza? L’obiettivo è fare politica o semplicemente sensibilizzare i cittadini?
Ma questa non è una associazione politica, assolutamente, e non sarà mai un partito. Siamo di culture diverse, di partiti diversi, o semplicemente per molti, fuori della politica. Siamo un gruppo di uomini liberi che si mette assieme per spingere, spero in modo definitivo, la riforma delle istituzioni, per portare da noi alcune regole della grande democrazia americana. Perchè anche in Italia, come abbiamo scritto, possa nascere un Obama.
I punti fondamentali del vostro programma sono di chiara matrice liberale. Si può parlare ancora nell’Italia del 2009 di liberalismo? E’ una dottrina ancora valida concretamente?
I punti fondamentali dello stato liberale, nel senso dello stato di diritto e della separazione dei poteri, fanno ormai parte del patrimonio delle democrazie occidentali. Si tratta di adattarli alle caratteristiche di ogni paese e di renderli effettivi, funzionanti. In Italia per esempio la regola della lista bloccata tende a svuotare uno dei pilastri della democrazia, quello per cui l'elettore sceglie il suo rappresentante in Parlamento.
Il sistema maggioritario è uno dei cavalli di battaglia dell’organizzazione. Perché? Cosa garantisce in più rispetto al proporzionale? Di certo non una maggiore rappresentatività…
Garantisce la scelta del governo da parte dei cittadini e la stabilità, Due elementi essenziali per una vera democrazia. Non dimentichiamo la prima repubblica; durata media di un governo nove mesi, e governi fatti e disfatti dai segretari dei partiti in barba alle scelte degli elettori.
Lei parla anche di “scelta popolare del governo”. Che cosa intende sostenere in questo punto?
Quello che ho appena detto: il governo deve essere scelto dai cittadini con le elezioni, e solo i cittadini con un altro voto possono cambiarlo. Obama e Sarkozy rimangono in carica sino alle prossime elezioni. Da noi si è affermato il principio, imposto dal referendum del 93, tanto è vero che ad ogni elezione si confrontano i due candidati a premier, ma non si sono ancora fatte le regole per garantirlo, con la conseguenza che varie volte i vincitori, veda Berlusconi e Prodi negli ultimi anni ad esempio, sono stati disarcionati da iniziative parlamentari. Un danno per l'Italia e una beffa per i cittadini.
L’ultima idea del suo programma, è quella che richiama la separazione dei poteri e la reale autonomia delle istituzioni. Perché attualmente non sono realmente autonome?E i poteri non sono separati?
Guardiamo all'eterno conflitto tra politica e magistratura. Ognuna delle due istituzioni cerca spesso di invadere il campo dell'altra. Quindi il governo, giustamente, si propone di riformare la giustizia. Ma in questa riforma dimentica, ad esempio, la prima regola che dovrebbe assicurare una piena separazione dei due poteri e che è prevista dalla Costituzione Italiana, cioè il divieto per un magistrato di candidarsi a qualunque elezione. E questo non è scritto nella riforma prevista, un pò per paura, un pò perchè sia alla destra che alla sinistra ogni tanto fa comodo candidare qualche magistrato illustre.
In conclusione, come rendere attuabile praticamente e concretamente il vostro programma? Con quali misure e provvedimenti? E ancora, in che modo l’associazione da lei fondata, ammesso che sia nata per farlo, potrebbe inserirsi nel panorama politico italiano?
Le prime battaglie da fare sono le primarie e il collegio uninominale. La campagna è solo all'inizio e stiamo studiando le iniziative più appropriate. Ma intanto non dimentichiamo che a giugno ci sarà il referendum contro la legge elettorale attuale, il famigerato Porcellum, quello che introdotto la lista bloccata, ed è una grande occasione, un treno che non dobbiamo perdere.
Professore, da dove, per quali motivazioni e per conseguire quali scopi nasce questo progetto, da lei fondato, chiamato Appello per la Democrazia?
E' una battaglia che dura da vent'anni. Ai primi anni 90 il movimento referendario è nato per trasformare lo stato italiano, strettamente parlamentare e creato su un modello ormai inadeguato, in una democrazia moderna aperta alla società e funzionale. Non dimentichiamo che con quei referendum portammo in Italia alcune regole della democrazia americana, la elezione diretta del sindaco e del governatore. E' un nuovo capitolo di una lunga campagna.
La scelta di farla conoscere e pubblicizzarla primariamente mediante sito internet e face book è ovviamente una scelta mirata. Ripone fiducia in questa politica che vuole sfruttare il mezzo telematico?Perchè questa scelta? Questione di costi (contenuti in rete) o pensa che possa avere maggior presa la pubblicizzazione dell’organizzazione via internet?
Tutti questi motivi. E' la più semplice, la più economica, la più moderna e la più efficace, sopratutto rispetto al mondo giovanile. lo vedo anche in questa piccola esperienza. Noi abbiamo acquistato mezza pagina sul Corriere della Sera, in posizione di grande visibilità, contemporaneamente messo l'appello su Facebook. Il numero delle adesioni è in rapporto di 2 a 1 a favore di Facebook.
Personaggi di grande spicco, ma anche di grande eterogeneità a livello politico ed ideologico hanno risposto al suo Appello, qual è la radice che accomuna queste personalità?
Per fortuna l'esigenza di migliorare ammodernare la macchina dello Stato e la vita pubblica è molto sentita. Un obbiettivo per tantissimi cittadini. Gli unici che ci pensano poco sono i politici.
Il progetto, mi consenta di dirlo, sembrerebbe configurarsi più come una societas di intellettuali che non come una vera e propria organizzazione politica, non pensa che potrebbe mancare di concretezza? L’obiettivo è fare politica o semplicemente sensibilizzare i cittadini?
Ma questa non è una associazione politica, assolutamente, e non sarà mai un partito. Siamo di culture diverse, di partiti diversi, o semplicemente per molti, fuori della politica. Siamo un gruppo di uomini liberi che si mette assieme per spingere, spero in modo definitivo, la riforma delle istituzioni, per portare da noi alcune regole della grande democrazia americana. Perchè anche in Italia, come abbiamo scritto, possa nascere un Obama.
I punti fondamentali del vostro programma sono di chiara matrice liberale. Si può parlare ancora nell’Italia del 2009 di liberalismo? E’ una dottrina ancora valida concretamente?
I punti fondamentali dello stato liberale, nel senso dello stato di diritto e della separazione dei poteri, fanno ormai parte del patrimonio delle democrazie occidentali. Si tratta di adattarli alle caratteristiche di ogni paese e di renderli effettivi, funzionanti. In Italia per esempio la regola della lista bloccata tende a svuotare uno dei pilastri della democrazia, quello per cui l'elettore sceglie il suo rappresentante in Parlamento.
Il sistema maggioritario è uno dei cavalli di battaglia dell’organizzazione. Perché? Cosa garantisce in più rispetto al proporzionale? Di certo non una maggiore rappresentatività…
Garantisce la scelta del governo da parte dei cittadini e la stabilità, Due elementi essenziali per una vera democrazia. Non dimentichiamo la prima repubblica; durata media di un governo nove mesi, e governi fatti e disfatti dai segretari dei partiti in barba alle scelte degli elettori.
Lei parla anche di “scelta popolare del governo”. Che cosa intende sostenere in questo punto?
Quello che ho appena detto: il governo deve essere scelto dai cittadini con le elezioni, e solo i cittadini con un altro voto possono cambiarlo. Obama e Sarkozy rimangono in carica sino alle prossime elezioni. Da noi si è affermato il principio, imposto dal referendum del 93, tanto è vero che ad ogni elezione si confrontano i due candidati a premier, ma non si sono ancora fatte le regole per garantirlo, con la conseguenza che varie volte i vincitori, veda Berlusconi e Prodi negli ultimi anni ad esempio, sono stati disarcionati da iniziative parlamentari. Un danno per l'Italia e una beffa per i cittadini.
L’ultima idea del suo programma, è quella che richiama la separazione dei poteri e la reale autonomia delle istituzioni. Perché attualmente non sono realmente autonome?E i poteri non sono separati?
Guardiamo all'eterno conflitto tra politica e magistratura. Ognuna delle due istituzioni cerca spesso di invadere il campo dell'altra. Quindi il governo, giustamente, si propone di riformare la giustizia. Ma in questa riforma dimentica, ad esempio, la prima regola che dovrebbe assicurare una piena separazione dei due poteri e che è prevista dalla Costituzione Italiana, cioè il divieto per un magistrato di candidarsi a qualunque elezione. E questo non è scritto nella riforma prevista, un pò per paura, un pò perchè sia alla destra che alla sinistra ogni tanto fa comodo candidare qualche magistrato illustre.
In conclusione, come rendere attuabile praticamente e concretamente il vostro programma? Con quali misure e provvedimenti? E ancora, in che modo l’associazione da lei fondata, ammesso che sia nata per farlo, potrebbe inserirsi nel panorama politico italiano?
Le prime battaglie da fare sono le primarie e il collegio uninominale. La campagna è solo all'inizio e stiamo studiando le iniziative più appropriate. Ma intanto non dimentichiamo che a giugno ci sarà il referendum contro la legge elettorale attuale, il famigerato Porcellum, quello che introdotto la lista bloccata, ed è una grande occasione, un treno che non dobbiamo perdere.
Mario Segni: Appello per la Democrazia
Parte da un sito internet e arriva ad avere il gruppo su Facebook. Questo è già un segno di novità. E’ la nuova organizzazione politico-culturale fondata da Mario Segni, professore di diritto civile prestato per lunghi anni alla politica come deputato e parlamentare europeo. Il titolo è grintoso, esclamativo: “Appello per la democrazia: Contiamoci!”. I firmatari ci sono e sono anche nomi prestigiosi. Da Giorgio Bocca a Gian Antonio Stella, da Cesare Romiti a Gad Lerner fino ad Andrea Camilleri passando per Renzo Arbore e Filippo Andreatta. Solo per citare i più noti all’opinione pubblica, insieme ad altre eminenze grigie del nostro paese e a gente comune che aderisce. Il progetto vuole essere ambizioso e cerca di sfruttare lo strepitoso eco di entusiasmo generato dall’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca. Cinque i punti principali ed ideali su cui verte il programma riformatore dell’organizzazione. Le primarie, interne ai partiti, si dovrebbero instaurare come consuetudine politica, così che siano gli elettori a scegliere i loro comandanti in campagna elettorale. Elezione democratica perciò del candidato premier di ogni coalizione, così che questa divenga realmente un primus inter pares scelto dagli elettori del partito. Al secondo punto, una delle premesse inviolabili dell’idea politica di Mario Segni. Adozione di un sistema maggioritario che garantisca stabilità e governabilità al paese. Capace di creare mediante collegio uninominale un solido legame tra eletto ed elettore. Sistema che potrebbe per altro garantire l’ingresso in parlamento di eminenti personalità in modo più semplice, mediante la possibilità degli elettori di esprimere un voto di preferenza. Il terzo punto recita una non meglio precisata scelta popolare del governo. Idealmente basata su un governo formato dai candidati con più preferenze attribuitegli dal voto e maggiormente competenti ad occupare un dicastero di loro effettiva e reale competenza. Il quarto punto esprime la meta finale dell’accidentato sentiero sulla quale la politica italiana sembra già essere avviata: il bipartitismo. Secondo Segni e soci questo dovrebbe garantire una maggiore chiarezza e stabilità tanto nella scelta che si troveranno a fare gli elettori tanto nella formazione di maggioranze e minoranze in Parlamento. Quinto ed ultimo punto di chiara ispirazione liberale. Separazione dei poteri e reale autonomia delle istituzioni. Portare ad una più ampia capacità di autogestione e quindi di responsabilità da parte degli enti ed assicurare, in particolare, l’indipendenza del potere giudiziario dalle intromissioni e le ingerenze dell’esecutivo. La democrazia americana è quindi il vero, reale punto di riferimento dell’organizzazione. Segni dà dunque vita al suo sogno di riformatore della vita pubblica prima e solo conseguentemente della vita politica. Un’organizzazione che vuole guardare così avanti da guardare oltreoceano. L’unica riserva è che per immaginare un futuro diverso e migliore si perda contatto con la dura e concreta realtà. E’ sotto gli occhi di tutti di come la speranza di cambiamento pervada indistintamente ogni parte del globo, Italia compresa. Resta ora il ben più difficile compito di tradurre la bellezza, la profondità dei messaggi e delle parole in fattispecie concrete.
Inchiesta sulla Giustizia in Italia
Il simbolo della Giustizia è una bilancia. L’equilibrio o meno tra i due piatti di quella bilancia dovrebbe essere garantito da pesi stabiliti con la stessa misura. In Italia, la misura adottata tra un peso e l’altro, tra bilancia e bilancia, è spesso diversa, purtroppo, a seconda delle situazioni e dei loro attori. E non solo. Ancor peggio, di frequente, quei pesi sulla bilancia finale della Giustizia ci arrivano con ampio ritardo, con troppo ritardo, tanto che la misurazione risulta quasi inutile.
La giustizia italiana è malata. Una malattia cronica. Per comprendere da dove derivano quei sintomi e di conseguenza stabilire una cura adeguata, come un buon medico è necessario capirne ed indagarne le cause. Analizzando la situazione del nostro paese possiamo evidenziare due grandi sintomi o se si preferisce due grandi problemi, individuando i quali si può risalire, con un ferreo ragionamento scientifico, alle cause del cronico male che affligge la salute del sistema giudiziario italiano. Il primo è la lentezza della macchina giudiziaria, dalla quale è deducibile per evidenza l’equazione giustizia lenta uguale giustizia negata. Il secondo è il controverso e spesso contrastante rapporto del potere giudiziario con gli altri poteri dello Stato (legislativo ed in particolare esecutivo).
Un ingranaggio difettoso. I tempi con cui oggi vengono definiti i processi sono oramai tali da non poter considerare la giustizia italiana degna di un paese civile. Sempre più numerose sono le sentenze di condanna emesse dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo a carico del nostro sistema a causa della lunghezza dei procedimenti giudiziari. L’Italia è oramai diventata in Europa un “sorvegliato speciale”. Che il potere giudiziario avesse bisogno di maggiori garanzie di indipendenza è fuori dubbio. Questo processo nell’arco di 50 anni si è avuto in tutti i paesi europei. D’altronde un potere giudiziario più forte mira ad irrobustire le garanzie del cittadino. Nel nostro paese però i modi con cui questo rafforzamento è stato perseguito sono certamente molto discutibili: il rafforzamento della magistratura è diventato un fine e non un mezzo, con la conseguenza che il miglioramento delle garanzie dei cittadini si è rivelato in gran parte illusorio. Una giustizia lenta è infatti una giustizia che non compie il proprio ruolo istituzionale: risolvere le controversie secondo la legge ed il diritto. Bisogna poi valutare un ulteriore fattore. Se le sentenze emesse siano in realtà dotate di “bontà” o meno. Per quanto la bontà di una sentenza sia quasi sempre opinabile, un parametro valutativo di questo fattore è la percentuale delle sentenze che vengono modificate in appello. Secondo un’indagine svolta dal ministero della giustizia sulle sentenze in ambito penale emesse negli ultimi dieci anni, in Italia, il 53% delle sentenze di primo grado è stato riformato in appello. Si tratta di un dato che può essere interpretato in senso positivo se ci si sofferma sulle capacità di autocorrezione dell’organo giudiziario, ma anche in senso profondamente negativo. Indica infatti una carente capacità professionale dei nostri giudici di risolvere adeguatamente i processi. Quali le ragioni di questa situazione? In primo luogo è certamente vero che la struttura del nostro processo, ispirata ad un perfezionismo formalistico che tende a moltiplicare le possibilità di appello e di ricorso, è troppo complessa. Solo l’Italia, tra i paesi europei, possiede una corte suprema (Corte di Cassazione) con oltre 400 magistrati impiegati. Nonostante questo, la Cassazione fatica a smaltire tutti i ricorsi che le sono scaricati addosso. Senza considerare poi i vistosi squilibri a livello di organico tra le diverse Procure. Dunque lo spirito che sembra permeare il nostro processo sembra essere riassumibile nel detto latino “fiat iustitia, pereat mundus!”, che preso alla lettera spiega bene lo stato della nostra giustizia. Sembra infatti che si tenda a perseguire la giustizia in astratto, con poca considerazione per le implicazioni concrete di questa scelta, anche se così i tempi di definizione delle cause diventano talmente lunghi da vanificare gli eventuali risultati positivi raggiunti dalla nostra amministrazione giudiziaria. Persiste inoltre una forte sottovalutazione degli aspetti organizzativi. Troppe volte si è sentito ripetere l’assioma “migliori leggi- maggiori risorse” come via risolutiva del problema. In realtà disporre di buone norme è solo il punto di partenza. Anzi, talvolta la moltiplicazione delle norme non fa altro che confondere ed ingolfare ulteriormente la macchina giudiziaria. Quanto alle maggiori risorse, bisognerebbe prima cercare di evitare i maggiori sprechi e gli inutili sperperi del nostro sistema amministrativo e giudiziario.
Il rapporto con la politica. Altra annosa e complessa questione è il rapporto di interazione tra politica e sistema giudiziario. Questa spirale di potere che tenta di avvolgere, spesso arrivando a strangolare, la Giustizia è manifestazione di cause contingenti alla struttura del potere giudiziario e alle pressioni che la politica può esercitare su tale istituzione. Partendo dalla struttura, l’organo di autogoverno della magistratura, il Consiglio Superiore della Magistratura, si compone per 1/3 di membri eletti dal parlamento ed è presieduto dal Presidente della Repubblica. E’ chiaro come l’indipendenza della giustizia non sia totale. Altro esempio, il CSM esercita l’azione disciplinare sui magistrati, azione disciplinare che può essere però promossa dal Ministero della Giustizia, che ricordiamo essere organo di espressione del potere esecutivo. Ancora, i pubblici ministeri esercitano le loro funzioni sotto la vigilanza del Ministero. Questi esempi chiarificano la non completa indipendenza del potere giudiziario e lasciano comprendere che se la politica è inquinata, fenomeno per altro non infrequente in Italia, allora anche la magistratura è inquinabile. Negli ultimi anni ci sono stati chiari e numerosi esempi di contrasto eccessivo o di tacita connivenza tra potere giudiziario e politica. Il meccanismo che si instaura è sostanzialmente il seguente. La politica tenta di proteggere i propri membri da scandali, possibili reati, condanne e accuse infamanti. Agisce su due piani. Su un piano legislativo, approvando leggi non sempre moralmente e politicamente ortodosse, spesso miranti a salvaguardare gli interessi della “Casta”. Poi agisce su un piano di intromissione. Pone gli uomini giusti nelle Corti, al Ministero, al CSM, in modo che possano essere superati anche i problemi relativi all’applicazione della legge così da garantire che le guarentigie assicurate loro dalle norme vengano recepite in modo effettivo, cioè rispettando la volontà del legislatore, dal potere giudiziario. Sfruttano in conclusione le poltrone disponibili negli organi del potere giudiziario per influenzarlo a proprio favore. A questo punto, di solito, qualche magistrato insorge. Inizia indagini approfondite, scuote l’opinione pubblica, utilizza ogni risorsa e mezzo a sua disposizione per sollevare il caso e portare qualche politico alle dimissioni e poi davanti al giudice. Spesso però quest’azione si traduce in un protagonismo dei giudici. Arriva la popolarità, cavalcano il successo. Diventano eroi, uomini di piazza, ospiti fissi nei talkshow. Ecco che allora è chiaro il quadro. Crisi ed instabilità politica, corruzione e concussione, vanno di pari passo con il protagonismo dei giudici e con l’ampliamento delle loro funzioni oltre la sfera di attribuzioni stabilita.
Uno sguardo all’Europa. Negli anni ’90, in Francia, Spagna e Portogallo giudici istruttori e pubblici ministeri hanno svolto indagini che, come in Italia, hanno coinvolto esponenti di rilievo delle proprie classi politiche: mentre ancora in carica, esponenti dei governi di questi paesi sono stati indagati, processati e condannati per fatti connessi al loro ruolo pubblico. In ogni caso, hanno visto la propria carriera politica seriamente compromessa. Solo la maggior stabilità di quei sistemi politici ha fatto si che l’espansione del potere della magistratura risultasse contenute e senza le conseguenza clamorose che ha avuto in Italia, dove per altro molti accusati o condannati sono rimasti al loro posto. Inoltre fra i cittadini dell’Unione Europea inoltre la giustizia ottiene, secondo i sondaggi UE, un indice di fiducia nettamente più elevato rispetto a partiti politici, Governo e Parlamento. Naturalmente, il verificarsi di questa possibilità è dipeso da molti fattori, ma soprattutto dalla presenza di una magistratura forte ed indipendente, specie se in presenza di una crisi della classe politica.
Qualche possibile rimedio. Tornando in Italia, bisogna finalmente rendersi conto che anche il rendere giustizia è un’attività complessa che richiede uno sforzo organizzativo costante, quindi la programmazione dell’impiego delle risorse e il coordinamento fra i vari attori.
Richiede conoscenze specialistiche, sia delle nuove tecnologie che sono in grado di aiutare notevolmente la trattazione dei processi, sia nello stesso campo dell’organizzazione. La nostra amministrazione della giustizia è in parte ancora sprovvista di queste conoscenze. Solo da poco si è cominciato a reclutare esperti in informatica e analisti dell’organizzazione. Ancora oggi, i dirigenti delle cancellerie, i capi degli uffici giudiziari, dirigenti del Ministero e magistrati sono digiuni di conoscenze che non siano di tipo giuridico-formale. Perciò, non ci si deve stupire che la nostra amministrazione della Giustizia funzioni in modo così insoddisfacente, quando si pensa che chi la governa è completamente priva di conoscenze sul come amministrare ed organizzare.
La giustizia italiana è malata. Una malattia cronica. Per comprendere da dove derivano quei sintomi e di conseguenza stabilire una cura adeguata, come un buon medico è necessario capirne ed indagarne le cause. Analizzando la situazione del nostro paese possiamo evidenziare due grandi sintomi o se si preferisce due grandi problemi, individuando i quali si può risalire, con un ferreo ragionamento scientifico, alle cause del cronico male che affligge la salute del sistema giudiziario italiano. Il primo è la lentezza della macchina giudiziaria, dalla quale è deducibile per evidenza l’equazione giustizia lenta uguale giustizia negata. Il secondo è il controverso e spesso contrastante rapporto del potere giudiziario con gli altri poteri dello Stato (legislativo ed in particolare esecutivo).
Un ingranaggio difettoso. I tempi con cui oggi vengono definiti i processi sono oramai tali da non poter considerare la giustizia italiana degna di un paese civile. Sempre più numerose sono le sentenze di condanna emesse dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo a carico del nostro sistema a causa della lunghezza dei procedimenti giudiziari. L’Italia è oramai diventata in Europa un “sorvegliato speciale”. Che il potere giudiziario avesse bisogno di maggiori garanzie di indipendenza è fuori dubbio. Questo processo nell’arco di 50 anni si è avuto in tutti i paesi europei. D’altronde un potere giudiziario più forte mira ad irrobustire le garanzie del cittadino. Nel nostro paese però i modi con cui questo rafforzamento è stato perseguito sono certamente molto discutibili: il rafforzamento della magistratura è diventato un fine e non un mezzo, con la conseguenza che il miglioramento delle garanzie dei cittadini si è rivelato in gran parte illusorio. Una giustizia lenta è infatti una giustizia che non compie il proprio ruolo istituzionale: risolvere le controversie secondo la legge ed il diritto. Bisogna poi valutare un ulteriore fattore. Se le sentenze emesse siano in realtà dotate di “bontà” o meno. Per quanto la bontà di una sentenza sia quasi sempre opinabile, un parametro valutativo di questo fattore è la percentuale delle sentenze che vengono modificate in appello. Secondo un’indagine svolta dal ministero della giustizia sulle sentenze in ambito penale emesse negli ultimi dieci anni, in Italia, il 53% delle sentenze di primo grado è stato riformato in appello. Si tratta di un dato che può essere interpretato in senso positivo se ci si sofferma sulle capacità di autocorrezione dell’organo giudiziario, ma anche in senso profondamente negativo. Indica infatti una carente capacità professionale dei nostri giudici di risolvere adeguatamente i processi. Quali le ragioni di questa situazione? In primo luogo è certamente vero che la struttura del nostro processo, ispirata ad un perfezionismo formalistico che tende a moltiplicare le possibilità di appello e di ricorso, è troppo complessa. Solo l’Italia, tra i paesi europei, possiede una corte suprema (Corte di Cassazione) con oltre 400 magistrati impiegati. Nonostante questo, la Cassazione fatica a smaltire tutti i ricorsi che le sono scaricati addosso. Senza considerare poi i vistosi squilibri a livello di organico tra le diverse Procure. Dunque lo spirito che sembra permeare il nostro processo sembra essere riassumibile nel detto latino “fiat iustitia, pereat mundus!”, che preso alla lettera spiega bene lo stato della nostra giustizia. Sembra infatti che si tenda a perseguire la giustizia in astratto, con poca considerazione per le implicazioni concrete di questa scelta, anche se così i tempi di definizione delle cause diventano talmente lunghi da vanificare gli eventuali risultati positivi raggiunti dalla nostra amministrazione giudiziaria. Persiste inoltre una forte sottovalutazione degli aspetti organizzativi. Troppe volte si è sentito ripetere l’assioma “migliori leggi- maggiori risorse” come via risolutiva del problema. In realtà disporre di buone norme è solo il punto di partenza. Anzi, talvolta la moltiplicazione delle norme non fa altro che confondere ed ingolfare ulteriormente la macchina giudiziaria. Quanto alle maggiori risorse, bisognerebbe prima cercare di evitare i maggiori sprechi e gli inutili sperperi del nostro sistema amministrativo e giudiziario.
Il rapporto con la politica. Altra annosa e complessa questione è il rapporto di interazione tra politica e sistema giudiziario. Questa spirale di potere che tenta di avvolgere, spesso arrivando a strangolare, la Giustizia è manifestazione di cause contingenti alla struttura del potere giudiziario e alle pressioni che la politica può esercitare su tale istituzione. Partendo dalla struttura, l’organo di autogoverno della magistratura, il Consiglio Superiore della Magistratura, si compone per 1/3 di membri eletti dal parlamento ed è presieduto dal Presidente della Repubblica. E’ chiaro come l’indipendenza della giustizia non sia totale. Altro esempio, il CSM esercita l’azione disciplinare sui magistrati, azione disciplinare che può essere però promossa dal Ministero della Giustizia, che ricordiamo essere organo di espressione del potere esecutivo. Ancora, i pubblici ministeri esercitano le loro funzioni sotto la vigilanza del Ministero. Questi esempi chiarificano la non completa indipendenza del potere giudiziario e lasciano comprendere che se la politica è inquinata, fenomeno per altro non infrequente in Italia, allora anche la magistratura è inquinabile. Negli ultimi anni ci sono stati chiari e numerosi esempi di contrasto eccessivo o di tacita connivenza tra potere giudiziario e politica. Il meccanismo che si instaura è sostanzialmente il seguente. La politica tenta di proteggere i propri membri da scandali, possibili reati, condanne e accuse infamanti. Agisce su due piani. Su un piano legislativo, approvando leggi non sempre moralmente e politicamente ortodosse, spesso miranti a salvaguardare gli interessi della “Casta”. Poi agisce su un piano di intromissione. Pone gli uomini giusti nelle Corti, al Ministero, al CSM, in modo che possano essere superati anche i problemi relativi all’applicazione della legge così da garantire che le guarentigie assicurate loro dalle norme vengano recepite in modo effettivo, cioè rispettando la volontà del legislatore, dal potere giudiziario. Sfruttano in conclusione le poltrone disponibili negli organi del potere giudiziario per influenzarlo a proprio favore. A questo punto, di solito, qualche magistrato insorge. Inizia indagini approfondite, scuote l’opinione pubblica, utilizza ogni risorsa e mezzo a sua disposizione per sollevare il caso e portare qualche politico alle dimissioni e poi davanti al giudice. Spesso però quest’azione si traduce in un protagonismo dei giudici. Arriva la popolarità, cavalcano il successo. Diventano eroi, uomini di piazza, ospiti fissi nei talkshow. Ecco che allora è chiaro il quadro. Crisi ed instabilità politica, corruzione e concussione, vanno di pari passo con il protagonismo dei giudici e con l’ampliamento delle loro funzioni oltre la sfera di attribuzioni stabilita.
Uno sguardo all’Europa. Negli anni ’90, in Francia, Spagna e Portogallo giudici istruttori e pubblici ministeri hanno svolto indagini che, come in Italia, hanno coinvolto esponenti di rilievo delle proprie classi politiche: mentre ancora in carica, esponenti dei governi di questi paesi sono stati indagati, processati e condannati per fatti connessi al loro ruolo pubblico. In ogni caso, hanno visto la propria carriera politica seriamente compromessa. Solo la maggior stabilità di quei sistemi politici ha fatto si che l’espansione del potere della magistratura risultasse contenute e senza le conseguenza clamorose che ha avuto in Italia, dove per altro molti accusati o condannati sono rimasti al loro posto. Inoltre fra i cittadini dell’Unione Europea inoltre la giustizia ottiene, secondo i sondaggi UE, un indice di fiducia nettamente più elevato rispetto a partiti politici, Governo e Parlamento. Naturalmente, il verificarsi di questa possibilità è dipeso da molti fattori, ma soprattutto dalla presenza di una magistratura forte ed indipendente, specie se in presenza di una crisi della classe politica.
Qualche possibile rimedio. Tornando in Italia, bisogna finalmente rendersi conto che anche il rendere giustizia è un’attività complessa che richiede uno sforzo organizzativo costante, quindi la programmazione dell’impiego delle risorse e il coordinamento fra i vari attori.
Richiede conoscenze specialistiche, sia delle nuove tecnologie che sono in grado di aiutare notevolmente la trattazione dei processi, sia nello stesso campo dell’organizzazione. La nostra amministrazione della giustizia è in parte ancora sprovvista di queste conoscenze. Solo da poco si è cominciato a reclutare esperti in informatica e analisti dell’organizzazione. Ancora oggi, i dirigenti delle cancellerie, i capi degli uffici giudiziari, dirigenti del Ministero e magistrati sono digiuni di conoscenze che non siano di tipo giuridico-formale. Perciò, non ci si deve stupire che la nostra amministrazione della Giustizia funzioni in modo così insoddisfacente, quando si pensa che chi la governa è completamente priva di conoscenze sul come amministrare ed organizzare.
mercoledì 28 gennaio 2009
Il misterioso archivio di Gioacchino Genchi
Una storia vera di un personaggio da romanzo tra spie, intercettazioni e giochi di potere.
Gioacchino Genchi è un personaggio misterioso, controverso.
Qualche mese fa dichiarava in un’intervista: “Il mio archivio è la mia assicurazione sulla vita”. Il 26 gennaio ospite a Sky tg24 smentisce: “Non esiste nessun archivio.” Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parla iperbolicamente del “più grande scandalo della storia della Repubblica italiana” quando si riferisce all’archivio di Genchi. Questo dovrebbe contenere tabulati, numeri telefonici, tracce identificative di sim card di buona parte della classe dirigente del Paese. Il premier parla di 350mila persone controllate. La stessa opposizione(ad eccezione dell’Idv) richiede che la questione venga verificata in parlamento, dopo essere passata al vaglio del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica). In questa vicenda dai tratti oscuri, intricati, che vede come attori personaggi dei servizi segreti e dello spionaggio è bene iniziare a comprendere due punti fondamentali: chi è Gioacchino Genchi e che cosa potrebbero realmente contenere i suoi archivi. Al fine di realizzare effettivamente quali ripercussioni politiche potrebbe avere questo caso.
Gioacchino Genchi. Vive nel bunker sotterraneo di un palazzo confiscato alla mafia, nel centro di Palermo. Giorno e notte incrocia dati, elabora,scrive. Poi comunica il risultato ai magistrati, utilizzando mail e telefoni criptati. E’ nato nel 1960 e ha il grado di vice-questore aggiunto, ma da otto anni è in aspettativa ed è diventato il consulente informatico più ricercato dalle Procure. Non molti riescono a parlargli, neanche al telefono. Non frequenta salotti, né circoli. Non esce quasi mai di casa, non fuma, non ama lo sport. L’unica tessere che ha è quella di Slow food. La sua storia professionale inizia nella Sicilia degli anni ’80. Genchi è un avvocato, ma molla la toga ed entra in polizia. Utilizza le nuove tecnologie, apprese nell’azienda informatica del padre, con estrema padronanza. Questa abilità viene subito notata dai vertici della polizia. A 28 anni è nominato direttore della Zona Telecomunicazioni del Ministero dell’Interno per la Sicilia occidentale. Immediatamente l’ex avvocato si mette in luce. E’ lui a stanare il primo tentativo di spionaggio mafioso nel Palazzo di Giustizia, diretto sui telefoni di Giovanni Falcone.
Genchi intuisce le potenzialità dell’informatica a servizio delle indagini. Con i telefoni è bravo. Forse troppo, per qualcuno. Controllando le conversazioni di una cabina telefonica, intercetta alcune conversazioni che i dirigenti della polizia hanno con Salvatore Contorno, pentito del clan dei Bontade, ufficialmente in USA, in realtà a Palermo per vendicarsi dei rivali. E’ in questo modo che Genchi si fa i primi nemici nella pubblica amministrazione. E’ sempre lui ad indagare sull’agenda elettronica Casio di Giovanni Falcone. Autorevoli testimoni affermano che non funzionava più da tempo perché smagnetizzata in aeroporto. Ma il poliziotto non si fida, e ha ragione. Scopre che i file sono stati misteriosamente cancellati mentre l’agenda era già sotto sequestro. Dopo un lavoro di gruppo meticoloso con i tecnici giapponesi della Casio, Genchi riesce in pochi mesi a recuperare i file. Sono le annotazioni top secret di Falcone. L’esperto informatico sa ora che qualcuno ha mentito e che il compianto magistrato quell’agenda la utilizzava, eccome. Trova segnati gli incontri e gli appuntamenti che aveva previsto addirittura fino a qualche settimana dopo la strage. Scopre un segretissimo viaggio negli Stati Uniti nell’aprile del 1992, anche questo smentito da certi testimoni. Scova un incontro con il procuratore capo Gianmanco, superiore poco amato da Falcone per il clima velenoso creatosi a Palermo. Poi c’è un incontro segreto ed anomalo, perché mai registrato in nessun archivio istituzionale, con il boss di Cosa Nostre Gaspare Mutolo. Killer ed autista di Totò Riina che proprio nel ’92 si era dichiarato pronto a pentirsi.
Intanto Genchi comincia a sentirsi solo. Arrivano puntuali fughe di notizie sul suo lavoro. Fughe pilotate. La tensione cresce e al vice-questore vengono fornite scorta ed auto blindata. Il poliziotto però rifiuta e in una lettera datata 7 dicembre 1992 scrive al questore Matteo Cinque: “Più che alla sicurezza personale ho badato a preservare accuratamente il contenuto dei miei scritti, dei miei ricordi, degli aspetti più inediti e più salienti di un’esperienza affascinante e significativa.”
Genchi continua a decodificare e collegare. Tramite i tabulati telefonici e i numeri di identificazione delle schede sim dei cellulari, sembra poter tracciare una dettagliata mappa dei rapporti tra mafia, politica, servizi segreti e alti funzionare statali. L’indagine però si inabissa. L’esperto informatico decide di lasciare e si mette a fare il consulente delle Procure. Quando arriva in tribunale, rigorosamente in jeans e maglietta, custodisce gelosamente le sue perizie in un hard-disk criptato, protetto da chiavi e password di ogni tipo. Genchi non fa sconti a nessuno. Si è trovato infatti ad indagare e a far condannare suoi vecchi compagni di scuola e università. Nella sue figura si concentrano il fiuto del poliziotto, il rigore del matematico, la velocità dell’informatica, il mistero della segretezza.
I contenuti dell’archivio. Ammesso che esista un archivio collezionato da Gioacchino Genchi, ecco quello che potrebbe contenere. Dal tracciato telefonico dei cellulari egli riesce a ritrovare l’imei (numero seriale dei cellulari) e le sim utilizzate anche se falsificate o coperte. Poi confronta questi dati con tracce bancomat, telepass, carte di credito, ricariche, viaggi aerei e in nave, conti correnti e operazioni societarie. Dai processi al senatore Dell’Utri a quello dell’ex presidente della Regione Sicilia Cuffaro, dalla scomparsa di Denise Pipitone alle talpe del Boss Guttadauro del quartiere Brancaccio nel dda di Palermo. Una serie di indagini molto delicate sono passate sotto i suoi occhi e le sue orecchie. L’archivio potrebbe contenere migliaia di pagine scritte dallo stesso Genchi. Il quale ricostruirebbe una rete di connessioni tra i personaggi più disparati confrontando ed elaborando i dati a sua disposizione. Una banca dati in cui si avrebbero a disposizione spostamenti, acquisti, telefonate, rapporti ed incontri di tutti coloro che sono stati captati dai programmi informatici del consulente e che potrebbero anche non essere stati direttamente indagati dalle Procure. Non intercettazioni telefoniche quindi, che sarebbero penalmente illegali, ma dati. I quali permetterebbero dettagliate ricostruzioni delle vite e delle attività di chi sia stato intercettato telematicamente dagli strumenti di Gioacchino Genchi.
Se l’archivio esistesse davvero e fosse realmente così dettagliato, potrebbe rivelarsi uno scandalo di dimensioni colossali tanto per la magistratura quanto per la classe politica ed i servizi segreti. Non rimane che aspettare ed attendere se la bomba innescata esploda oppure no. Intanto Genchi nel suo bunker continua a lavorare. Chi lo conosce sostiene che sia impegnato per 18 ore al giorno nella sua attività e che oramai non si fidi più quasi di nessuno.
Gioacchino Genchi è un personaggio misterioso, controverso.
Qualche mese fa dichiarava in un’intervista: “Il mio archivio è la mia assicurazione sulla vita”. Il 26 gennaio ospite a Sky tg24 smentisce: “Non esiste nessun archivio.” Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parla iperbolicamente del “più grande scandalo della storia della Repubblica italiana” quando si riferisce all’archivio di Genchi. Questo dovrebbe contenere tabulati, numeri telefonici, tracce identificative di sim card di buona parte della classe dirigente del Paese. Il premier parla di 350mila persone controllate. La stessa opposizione(ad eccezione dell’Idv) richiede che la questione venga verificata in parlamento, dopo essere passata al vaglio del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica). In questa vicenda dai tratti oscuri, intricati, che vede come attori personaggi dei servizi segreti e dello spionaggio è bene iniziare a comprendere due punti fondamentali: chi è Gioacchino Genchi e che cosa potrebbero realmente contenere i suoi archivi. Al fine di realizzare effettivamente quali ripercussioni politiche potrebbe avere questo caso.
Gioacchino Genchi. Vive nel bunker sotterraneo di un palazzo confiscato alla mafia, nel centro di Palermo. Giorno e notte incrocia dati, elabora,scrive. Poi comunica il risultato ai magistrati, utilizzando mail e telefoni criptati. E’ nato nel 1960 e ha il grado di vice-questore aggiunto, ma da otto anni è in aspettativa ed è diventato il consulente informatico più ricercato dalle Procure. Non molti riescono a parlargli, neanche al telefono. Non frequenta salotti, né circoli. Non esce quasi mai di casa, non fuma, non ama lo sport. L’unica tessere che ha è quella di Slow food. La sua storia professionale inizia nella Sicilia degli anni ’80. Genchi è un avvocato, ma molla la toga ed entra in polizia. Utilizza le nuove tecnologie, apprese nell’azienda informatica del padre, con estrema padronanza. Questa abilità viene subito notata dai vertici della polizia. A 28 anni è nominato direttore della Zona Telecomunicazioni del Ministero dell’Interno per la Sicilia occidentale. Immediatamente l’ex avvocato si mette in luce. E’ lui a stanare il primo tentativo di spionaggio mafioso nel Palazzo di Giustizia, diretto sui telefoni di Giovanni Falcone.
Genchi intuisce le potenzialità dell’informatica a servizio delle indagini. Con i telefoni è bravo. Forse troppo, per qualcuno. Controllando le conversazioni di una cabina telefonica, intercetta alcune conversazioni che i dirigenti della polizia hanno con Salvatore Contorno, pentito del clan dei Bontade, ufficialmente in USA, in realtà a Palermo per vendicarsi dei rivali. E’ in questo modo che Genchi si fa i primi nemici nella pubblica amministrazione. E’ sempre lui ad indagare sull’agenda elettronica Casio di Giovanni Falcone. Autorevoli testimoni affermano che non funzionava più da tempo perché smagnetizzata in aeroporto. Ma il poliziotto non si fida, e ha ragione. Scopre che i file sono stati misteriosamente cancellati mentre l’agenda era già sotto sequestro. Dopo un lavoro di gruppo meticoloso con i tecnici giapponesi della Casio, Genchi riesce in pochi mesi a recuperare i file. Sono le annotazioni top secret di Falcone. L’esperto informatico sa ora che qualcuno ha mentito e che il compianto magistrato quell’agenda la utilizzava, eccome. Trova segnati gli incontri e gli appuntamenti che aveva previsto addirittura fino a qualche settimana dopo la strage. Scopre un segretissimo viaggio negli Stati Uniti nell’aprile del 1992, anche questo smentito da certi testimoni. Scova un incontro con il procuratore capo Gianmanco, superiore poco amato da Falcone per il clima velenoso creatosi a Palermo. Poi c’è un incontro segreto ed anomalo, perché mai registrato in nessun archivio istituzionale, con il boss di Cosa Nostre Gaspare Mutolo. Killer ed autista di Totò Riina che proprio nel ’92 si era dichiarato pronto a pentirsi.
Intanto Genchi comincia a sentirsi solo. Arrivano puntuali fughe di notizie sul suo lavoro. Fughe pilotate. La tensione cresce e al vice-questore vengono fornite scorta ed auto blindata. Il poliziotto però rifiuta e in una lettera datata 7 dicembre 1992 scrive al questore Matteo Cinque: “Più che alla sicurezza personale ho badato a preservare accuratamente il contenuto dei miei scritti, dei miei ricordi, degli aspetti più inediti e più salienti di un’esperienza affascinante e significativa.”
Genchi continua a decodificare e collegare. Tramite i tabulati telefonici e i numeri di identificazione delle schede sim dei cellulari, sembra poter tracciare una dettagliata mappa dei rapporti tra mafia, politica, servizi segreti e alti funzionare statali. L’indagine però si inabissa. L’esperto informatico decide di lasciare e si mette a fare il consulente delle Procure. Quando arriva in tribunale, rigorosamente in jeans e maglietta, custodisce gelosamente le sue perizie in un hard-disk criptato, protetto da chiavi e password di ogni tipo. Genchi non fa sconti a nessuno. Si è trovato infatti ad indagare e a far condannare suoi vecchi compagni di scuola e università. Nella sue figura si concentrano il fiuto del poliziotto, il rigore del matematico, la velocità dell’informatica, il mistero della segretezza.
I contenuti dell’archivio. Ammesso che esista un archivio collezionato da Gioacchino Genchi, ecco quello che potrebbe contenere. Dal tracciato telefonico dei cellulari egli riesce a ritrovare l’imei (numero seriale dei cellulari) e le sim utilizzate anche se falsificate o coperte. Poi confronta questi dati con tracce bancomat, telepass, carte di credito, ricariche, viaggi aerei e in nave, conti correnti e operazioni societarie. Dai processi al senatore Dell’Utri a quello dell’ex presidente della Regione Sicilia Cuffaro, dalla scomparsa di Denise Pipitone alle talpe del Boss Guttadauro del quartiere Brancaccio nel dda di Palermo. Una serie di indagini molto delicate sono passate sotto i suoi occhi e le sue orecchie. L’archivio potrebbe contenere migliaia di pagine scritte dallo stesso Genchi. Il quale ricostruirebbe una rete di connessioni tra i personaggi più disparati confrontando ed elaborando i dati a sua disposizione. Una banca dati in cui si avrebbero a disposizione spostamenti, acquisti, telefonate, rapporti ed incontri di tutti coloro che sono stati captati dai programmi informatici del consulente e che potrebbero anche non essere stati direttamente indagati dalle Procure. Non intercettazioni telefoniche quindi, che sarebbero penalmente illegali, ma dati. I quali permetterebbero dettagliate ricostruzioni delle vite e delle attività di chi sia stato intercettato telematicamente dagli strumenti di Gioacchino Genchi.
Se l’archivio esistesse davvero e fosse realmente così dettagliato, potrebbe rivelarsi uno scandalo di dimensioni colossali tanto per la magistratura quanto per la classe politica ed i servizi segreti. Non rimane che aspettare ed attendere se la bomba innescata esploda oppure no. Intanto Genchi nel suo bunker continua a lavorare. Chi lo conosce sostiene che sia impegnato per 18 ore al giorno nella sua attività e che oramai non si fidi più quasi di nessuno.
Elezioni Sardegna 2009: Renato Soru, quale futuro nel PD?
C’è aria di battaglia nell’isola. Come c’era quando nel 535 a.C. i nuraghi avvistarono le navi degli invasori cartaginesi che avanzavano a vele spiegate verso il loro territorio. Le attenzioni politiche ed elettorali del momento sono rivolte proprio alla Sardegna, dove due coalizioni si combattono a suon di slogan, comizi, manifesti e polemiche per il controllo politico della Regione Autonoma. Lo scontro si snoda tra le innumerevoli e suggestive piazze di questa terra meravigliosa di 24 mila chilometri di foreste, campagne e coste immerse in un mare miracoloso. Lo scontro avrà fine solo il 16 febbraio, quando sapremo chi sarà il nuovo Presidente della Regione Sardegna. Il vincitore della battaglia.
L’isola, da tempo immemore territorio strategico, continua ad esserlo per le due maggiori forze politiche a livello nazionale che non vogliono pensare di perderlo. Si stanno battendo e continueranno a farlo con ogni forza e con ogni mezzo. Vincere in Sardegna, politicamente parlando, vuol dire dimostrare qualcosa al Paese.
Ma in questo assalto politico al territorio sardo c’è qualcuno rischia più di ogni altro. Questo qualcuno ha un nome e un cognome, si chiama Renato Soru. Il Presidente uscente non è solo l’uomo da battere, ma è la figura sulla quale sembrano soffermarsi le attenzioni di buona parte del PD quando si parla di futuro con la f maiuscola. E’ l’homo novus che potrebbe colmare il vuoto di leadership che attanaglia da mesi le dinamiche intestine del Partito Democratico. Lo stesso Soru non sconfessa la posizione conquistata: «La sconfitta non è per sempre. Se vinciamo in Sardegna, si può tornare a vincere e a battere Silvio Berlusconi, come ha fatto Prodi due volte». Si accredita quindi come l’uomo che può ridare fiducia al centrosinistra. Soru chiede al Pd «un forte segno di discontinuità», ovvero la non canditura di chi ha più di due legislature e di chi «non si riconosce nel programma». Poi torna ad inorgoglire i prodiani: «Bisognerebbe mettere più in risalto la continuità con l’esperienza di Romano Prodi e dell’Ulivo. Quella è la radice più autentica del Pd». Plausi per lui da quasi tutto il PD eccezion fatta per i ristretti gruppi di veltroniani e dalemiani. Il fondatore di Tiscali conquista consensi giorno dopo giorno all’interno del suo partito. Particolare ancora più importante, Soru è molto apprezzato tra gli elettori del centrosinistra. La sua figura esterna alle logiche di Roma, alle vecchie e morenti oligarchie di ex ds e margherita, lo configura come ancora di salvezza dell’unità del pd, come personalità forte, caratterizzata da fermezza morale e scarsa inclinazione al compromesso. Elementi rari da ritrovare tra la dirigenza del Partito Democratico. Ha il giusto coraggio politico, è un imprenditore, ma è allo stesso tempo il proprietario de “L’Unità”. Non si lascia intimidire da Berlusconi al quale ribatte con veemenza , è gradito sia all’ala moderata che a quella più riformista del PD. Dietro all’accento sardo, alla dialettica spesso inciampata, sembra annidarsi la concretezza. La determinazione del leader. Inoltre Soru non è uomo di partito, ha un passato scevro da incrostazioni ideologiche, non si attarda in nostalgie di un mondo anacronistico. Potrebbe rappresentare il superamento dei vecchi schemi, l’impegno della società civile nell’attività politica italiana. Ha 51 anni, quindi è sufficientemente giovane. Potrebbe essere un leader moderno, una figura post-ideologica in senso compiuto, che tuttavia non dimentica le origini moderne del centrosinistra. Se diventerà leader del Pd in questo momento è impossibile dirlo, ma ha tutte le carte in regola per poterlo fare.
Silvio Berlusconi questo lo ho capito. Ha fiutato nell’aria odore di pericolo. Per questo in Sardegna vuole evitare il rischio di una sconfitta più che in ogni altra regione d’Italia. Non solo perché questa, dopo la Lombardia, è la sua seconda casa. Non solo perché vincere vorrebbe dire consolidare ulteriormente la posizione di governo e di consenso del suo partito. Il Presidente del Consiglio vuole vincere perché questo vorrebbe dire tagliare fuori, almeno per il momento, Renato Soru dai giochi partitici che potrebbero determinare un’ipotetica e per il momento teorica rinascita del Partito Democratico. Vincere vorrebbe dire sconfiggere l’avversario del Premier più accreditato che la sinistra potrà offrire nei prossimi anni. Per questo si sta impegnando in prima persona in ogni provincia dell’isola, arrivando a volte ad oscurare l’immagine, per la verità un po’ sbiadita, di Ugo Cappellacci, candidato del Pdl alla presidenza della Regione.
Soru è un avversario temibile. Ha la forza necessaria per poter vince questa battaglia. I sondaggi, che lo danno in vantaggio di 6 punti rispetto allo sfidante Cappellacci, sembrerebbero confermarlo. La sua vittoria per il Pd potrebbe segnar un momento di rinascita e cambiamento. Potrebbe aprire all’imprenditore sardo le porte della politica nazionale e non in un ruolo di seconda linea. Lasciare spazio ad un leader che dovrà apparire un riformatore plausibile con una visione concreta del Paese. Dovrà ricostruire un’alleanza stile Ulivo, ma con un profilo più smagliante e una reale vocazione realizzatrice. Capace inoltre di andare d’accordo con i sindaci e gli amministratori del Pd delle città del Nord. Personalità spesso in contrasto con la segreteria romana. Forse è proprio tra i Comuni, le Province e le Regioni il PD detiene i suoi uomini migliori ( Chiamparino, Cacciari e lo stesso Soru solo per fare alcuni nomi), tra i quali si può scorgere il leader di domani che sia capace di rivitalizzare la ormai oggettivamente obsoleta dirigenza capitolina.
C’è aria di battaglia nell’isola. Come c’era quando nel 535 a.C. i nuraghi avvistarono le navi degli invasori cartaginesi che avanzavano a vele spiegate verso il loro territorio. Le attenzioni politiche ed elettorali del momento sono rivolte proprio alla Sardegna, dove due coalizioni si combattono a suon di slogan, comizi, manifesti e polemiche per il controllo politico della Regione Autonoma. Lo scontro si snoda tra le innumerevoli e suggestive piazze di questa terra meravigliosa di 24 mila chilometri di foreste, campagne e coste immerse in un mare miracoloso. Lo scontro avrà fine solo il 16 febbraio, quando sapremo chi sarà il nuovo Presidente della Regione Sardegna. Il vincitore della battaglia.
L’isola, da tempo immemore territorio strategico, continua ad esserlo per le due maggiori forze politiche a livello nazionale che non vogliono pensare di perderlo. Si stanno battendo e continueranno a farlo con ogni forza e con ogni mezzo. Vincere in Sardegna, politicamente parlando, vuol dire dimostrare qualcosa al Paese.
Ma in questo assalto politico al territorio sardo c’è qualcuno rischia più di ogni altro. Questo qualcuno ha un nome e un cognome, si chiama Renato Soru. Il Presidente uscente non è solo l’uomo da battere, ma è la figura sulla quale sembrano soffermarsi le attenzioni di buona parte del PD quando si parla di futuro con la f maiuscola. E’ l’homo novus che potrebbe colmare il vuoto di leadership che attanaglia da mesi le dinamiche intestine del Partito Democratico. Lo stesso Soru non sconfessa la posizione conquistata: «La sconfitta non è per sempre. Se vinciamo in Sardegna, si può tornare a vincere e a battere Silvio Berlusconi, come ha fatto Prodi due volte». Si accredita quindi come l’uomo che può ridare fiducia al centrosinistra. Soru chiede al Pd «un forte segno di discontinuità», ovvero la non canditura di chi ha più di due legislature e di chi «non si riconosce nel programma». Poi torna ad inorgoglire i prodiani: «Bisognerebbe mettere più in risalto la continuità con l’esperienza di Romano Prodi e dell’Ulivo. Quella è la radice più autentica del Pd». Plausi per lui da quasi tutto il PD eccezion fatta per i ristretti gruppi di veltroniani e dalemiani. Il fondatore di Tiscali conquista consensi giorno dopo giorno all’interno del suo partito. Particolare ancora più importante, Soru è molto apprezzato tra gli elettori del centrosinistra. La sua figura esterna alle logiche di Roma, alle vecchie e morenti oligarchie di ex ds e margherita, lo configura come ancora di salvezza dell’unità del pd, come personalità forte, caratterizzata da fermezza morale e scarsa inclinazione al compromesso. Elementi rari da ritrovare tra la dirigenza del Partito Democratico. Ha il giusto coraggio politico, è un imprenditore, ma è allo stesso tempo il proprietario de “L’Unità”. Non si lascia intimidire da Berlusconi al quale ribatte con veemenza , è gradito sia all’ala moderata che a quella più riformista del PD. Dietro all’accento sardo, alla dialettica spesso inciampata, sembra annidarsi la concretezza. La determinazione del leader. Inoltre Soru non è uomo di partito, ha un passato scevro da incrostazioni ideologiche, non si attarda in nostalgie di un mondo anacronistico. Potrebbe rappresentare il superamento dei vecchi schemi, l’impegno della società civile nell’attività politica italiana. Ha 51 anni, quindi è sufficientemente giovane. Potrebbe essere un leader moderno, una figura post-ideologica in senso compiuto, che tuttavia non dimentica le origini moderne del centrosinistra. Se diventerà leader del Pd in questo momento è impossibile dirlo, ma ha tutte le carte in regola per poterlo fare.
Silvio Berlusconi questo lo ho capito. Ha fiutato nell’aria odore di pericolo. Per questo in Sardegna vuole evitare il rischio di una sconfitta più che in ogni altra regione d’Italia. Non solo perché questa, dopo la Lombardia, è la sua seconda casa. Non solo perché vincere vorrebbe dire consolidare ulteriormente la posizione di governo e di consenso del suo partito. Il Presidente del Consiglio vuole vincere perché questo vorrebbe dire tagliare fuori, almeno per il momento, Renato Soru dai giochi partitici che potrebbero determinare un’ipotetica e per il momento teorica rinascita del Partito Democratico. Vincere vorrebbe dire sconfiggere l’avversario del Premier più accreditato che la sinistra potrà offrire nei prossimi anni. Per questo si sta impegnando in prima persona in ogni provincia dell’isola, arrivando a volte ad oscurare l’immagine, per la verità un po’ sbiadita, di Ugo Cappellacci, candidato del Pdl alla presidenza della Regione.
Soru è un avversario temibile. Ha la forza necessaria per poter vince questa battaglia. I sondaggi, che lo danno in vantaggio di 6 punti rispetto allo sfidante Cappellacci, sembrerebbero confermarlo. La sua vittoria per il Pd potrebbe segnar un momento di rinascita e cambiamento. Potrebbe aprire all’imprenditore sardo le porte della politica nazionale e non in un ruolo di seconda linea. Lasciare spazio ad un leader che dovrà apparire un riformatore plausibile con una visione concreta del Paese. Dovrà ricostruire un’alleanza stile Ulivo, ma con un profilo più smagliante e una reale vocazione realizzatrice. Capace inoltre di andare d’accordo con i sindaci e gli amministratori del Pd delle città del Nord. Personalità spesso in contrasto con la segreteria romana. Forse è proprio tra i Comuni, le Province e le Regioni il PD detiene i suoi uomini migliori ( Chiamparino, Cacciari e lo stesso Soru solo per fare alcuni nomi), tra i quali si può scorgere il leader di domani che sia capace di rivitalizzare la ormai oggettivamente obsoleta dirigenza capitolina.
sabato 17 gennaio 2009
L'origine storica dell'illegalità in Italia
L’illegalità può essere ragionevolemente considerato un pesante bagaglio storico ereditato dalla mentalità italiana che ancora si ripercuote nel presente nonostante sessant’anni di democrazia. Non si sta giustificando ciò che giustificabile non è, ma si sta provando ad analizzare un fenomeno storico-culturale ricercandone le cause la’ dove devono essere ricercate, cioè nel passato. Con la meticolosità nella ricerca propria dello storico si rende palese che il nostro paese è stato illo tempore pervaso dalla pericolosa mentalità del servo, che è succube, incapace di alzare la testa e ribellarsi al signore che lo opprime e allo stesso tempo cerca di aggirare il potere di questo in ogni modo possibile, la maggior parte delle volte illecitamente, travalicando le leggi.
Per comprendere meglio la questione è opportuno analizzare e comprendere quale sia il filo comune che lega, nelle zone italiane in cui l’illegalità è tutt’oggi particolarmente imperante, la storia criminale a quella del potere politico.
Nella novella Rinconete y cortadillo, Cervantes descriveva un’associazione di malfattori di Siviglia che aveva regole simili a quelle della Camorra dell’Ottocento. L’urbanizzazione di Napoli e la miseria del suo centro storico fece sì che fin dal Cinquecento qui si concentrassero dei delinquenti che prosperavano con furti e ruberie. Dall’Ottocento in poi si fa iniziare la “Camorra storica” che prese coscienza della sua potenza e che era capace di “fare uscire l’oro dai pidocchi”, vale a dire di trarre profitto illecito dalle attività che venivano commissionate alla povera gente: piccoli artigiani, lavandaie... Negli anni Quaranta dell’Ottocento c’era già un’organizzazione strutturata, con regole di accesso e una struttura piramidale e centralizzata.
Fra le organizzazioni criminali attualmente operanti in Italia, la mafia siciliana è tradizionalmente quella più potente e ramificata ed è ormai presente su territorio nazionale. La sua struttura piramidale, caratterizzata da una rigidissima gerarchia e da un’articolazione in numerose cosche territoriali, la sua enorme capacità di penetrazione nei gangli vitali della società civile, sia a livello centrale che periferico, la spietatezza delle sue “esecuzioni” e la ferocia con cui controlla tutte le attività lecite e illecite, ne fanno da sempre il più temibile nemico dello Stato di diritto. Il termine “mafia” è voce siciliana di etimologia incerta ma, secondo alcuni, è di origine araba e ha il significato di “protezione, garanzia”. Come tutte le organizzazioni criminali anche la mafia attecchisce dove lo Stato è assente o latitante. Le origini della mafia sono riconducibili alla diffidenza delle popolazioni siciliane verso una struttura di potere statale essenzialmente vessatoria. La prima metà dell’800 la Sicilia subì una profonda trasformazione di carattere politico ed economico: l’antica struttura di natura feudale iniziò a sgretolarsi, travolta da straordinari avvenimenti storici (siamo nella fase terminale del dominio borbonico). La società rurale formata da contadini poveri ed analfabeti, vessati dai potentissimi proprietari terrieri (i “baroni”) ed dai loro gabellieri (riscossori di tributi), in assenza di leggi chiare ed univoche, continuò a regolarsi sulla base della consuetudine (cioè di norme non scritte accettate e rispettate da tutti da un lunghissimo lasso di tempo). Il compito di regolare nel bene e nel male i rapporti sociali, attuando una “garanzia” immediata in assenza dello Stato o contro di esso, fu assunto dai cosiddetti “uomini di rispetto” o “uomini d’onore”, personaggi che per il loro carisma e, soprattutto per spavalderia e violenza, erano in grado di garantire il rispetto delle “regole. Dopo la conquista garibaldina, con l’avvento del Regno d’Italia e la conseguente riforma agraria,a seguito della vendita forzata dei beni ecclesiastici e demaniali, la mafia si diffuse ancora più capillarmente divenendo ben presto una potente organizzazione con la quale “fare i conti” per intraprendere o continuare qualsiasi riforma politica o economica. Infatti, le infiltrazioni di personaggi mafiosi nelle amministrazioni locali e addirittura a livello di potere centrale, consentirono all’organizzazione di assumere i connotati di una vera e propria piovra tentacolare, condizionando tutta la vita siciliana. Già alla fine dell’800 quando la mafia aveva allargato la sua influenza nelle città della Sicilia occidentale, aveva ampliato i suoi interessi economici con il controllo degli appalti e delle attività commerciali.
Ad inizio ‘900 i governi di Giovanni Giolitti nel sud si appoggiarono ai voti di origini mafiose, tanto che Salvemini arriverà ad apostrofare il Presidente del Consiglio “ministro della malavita”. Lo stesso Salvemini nel 1911 scriveva: “Mandate a Napoli un commissario regio con pieni poteri. Che volete che faccia?Da solo non potrà governare mezzo milione di abitanti, dovrà servirsi della burocrazia. Ora, questa burocrazia è tutta legata alla camorra.”
La situazione nel meridione non migliora con il fascismo, nonostante gli interventi repressivi della dittatura che pure non bastano. Aumenta inoltre la diffidenza nei confronti di uno Stato che non lascia libertà né tantomeno spazio ad un pensiero critico ed aperto.
Come si può notare le contingenze storiche hanno radicato comportamenti di diffidenza nei confronti dell’autorità statuali, rafforzato consuetudini volte a scavalcare il limite della legalità. In questa ricostruzione storica ci siamo occupati in prevalenza di organizzazioni criminali che sono la massima espressione dell’illegalità e dell’assenza troppo lunga dello stato in certe zone del paese, ma l’illegalità si manifesta in modi molto meno espliciti ma al tempo stesso altrettanto gravi ed emblematici. Da non ascrivere unicamente ad una determinata aerea territoriale(il meridione), ma da estendere a tutta la penisola. La mancanza di un’educazione democratica che faccia della trasparenza e del rispetto delle regole ha portato a generare risultati aberranti come i fenomeni mafiosi, ma questa lacuna culturale propria del popolo italiano si riflette in innumerevoli situazioni. Dagli episodi di bullismo e razzismo alla spazzatura gettata in strada all’ipocrisia del professore che predica legalità e poi da’ ripetizioni tutto il pomeriggio senza pagare un centesimo di tasse ai test d’ingresso truccati per l’accesso alle facoltà universitarie a numero chiuso. Episodi che penalmente parlando possono risultare effimeri, ma che sono indicazione chiara di una manifesta noncuranza e di una diffusa mancanza di fiducia nei confronti del diritto e dello Stato. Dalle sfere più alte del potere dove imperversa la corruzione morale e materiale alle malversazioni delle mafie agli episodi minori, il nostro popolo sembra non poter recedere da una mentalità improntata all’illegalità e dall’impossibilità di liberarsi di certe piaghe socioeconomiche di origine illegale. Solo l’educazione, la cultura democratica e pluralistica possono essere il deterrente per un problema ancora aperto e mai risolto, l’unica via di uscita per sconfiggere definitivamente la logica del servo che da troppi secoli attanaglia il nostro popolo.
Per comprendere meglio la questione è opportuno analizzare e comprendere quale sia il filo comune che lega, nelle zone italiane in cui l’illegalità è tutt’oggi particolarmente imperante, la storia criminale a quella del potere politico.
Nella novella Rinconete y cortadillo, Cervantes descriveva un’associazione di malfattori di Siviglia che aveva regole simili a quelle della Camorra dell’Ottocento. L’urbanizzazione di Napoli e la miseria del suo centro storico fece sì che fin dal Cinquecento qui si concentrassero dei delinquenti che prosperavano con furti e ruberie. Dall’Ottocento in poi si fa iniziare la “Camorra storica” che prese coscienza della sua potenza e che era capace di “fare uscire l’oro dai pidocchi”, vale a dire di trarre profitto illecito dalle attività che venivano commissionate alla povera gente: piccoli artigiani, lavandaie... Negli anni Quaranta dell’Ottocento c’era già un’organizzazione strutturata, con regole di accesso e una struttura piramidale e centralizzata.
Fra le organizzazioni criminali attualmente operanti in Italia, la mafia siciliana è tradizionalmente quella più potente e ramificata ed è ormai presente su territorio nazionale. La sua struttura piramidale, caratterizzata da una rigidissima gerarchia e da un’articolazione in numerose cosche territoriali, la sua enorme capacità di penetrazione nei gangli vitali della società civile, sia a livello centrale che periferico, la spietatezza delle sue “esecuzioni” e la ferocia con cui controlla tutte le attività lecite e illecite, ne fanno da sempre il più temibile nemico dello Stato di diritto. Il termine “mafia” è voce siciliana di etimologia incerta ma, secondo alcuni, è di origine araba e ha il significato di “protezione, garanzia”. Come tutte le organizzazioni criminali anche la mafia attecchisce dove lo Stato è assente o latitante. Le origini della mafia sono riconducibili alla diffidenza delle popolazioni siciliane verso una struttura di potere statale essenzialmente vessatoria. La prima metà dell’800 la Sicilia subì una profonda trasformazione di carattere politico ed economico: l’antica struttura di natura feudale iniziò a sgretolarsi, travolta da straordinari avvenimenti storici (siamo nella fase terminale del dominio borbonico). La società rurale formata da contadini poveri ed analfabeti, vessati dai potentissimi proprietari terrieri (i “baroni”) ed dai loro gabellieri (riscossori di tributi), in assenza di leggi chiare ed univoche, continuò a regolarsi sulla base della consuetudine (cioè di norme non scritte accettate e rispettate da tutti da un lunghissimo lasso di tempo). Il compito di regolare nel bene e nel male i rapporti sociali, attuando una “garanzia” immediata in assenza dello Stato o contro di esso, fu assunto dai cosiddetti “uomini di rispetto” o “uomini d’onore”, personaggi che per il loro carisma e, soprattutto per spavalderia e violenza, erano in grado di garantire il rispetto delle “regole. Dopo la conquista garibaldina, con l’avvento del Regno d’Italia e la conseguente riforma agraria,a seguito della vendita forzata dei beni ecclesiastici e demaniali, la mafia si diffuse ancora più capillarmente divenendo ben presto una potente organizzazione con la quale “fare i conti” per intraprendere o continuare qualsiasi riforma politica o economica. Infatti, le infiltrazioni di personaggi mafiosi nelle amministrazioni locali e addirittura a livello di potere centrale, consentirono all’organizzazione di assumere i connotati di una vera e propria piovra tentacolare, condizionando tutta la vita siciliana. Già alla fine dell’800 quando la mafia aveva allargato la sua influenza nelle città della Sicilia occidentale, aveva ampliato i suoi interessi economici con il controllo degli appalti e delle attività commerciali.
Ad inizio ‘900 i governi di Giovanni Giolitti nel sud si appoggiarono ai voti di origini mafiose, tanto che Salvemini arriverà ad apostrofare il Presidente del Consiglio “ministro della malavita”. Lo stesso Salvemini nel 1911 scriveva: “Mandate a Napoli un commissario regio con pieni poteri. Che volete che faccia?Da solo non potrà governare mezzo milione di abitanti, dovrà servirsi della burocrazia. Ora, questa burocrazia è tutta legata alla camorra.”
La situazione nel meridione non migliora con il fascismo, nonostante gli interventi repressivi della dittatura che pure non bastano. Aumenta inoltre la diffidenza nei confronti di uno Stato che non lascia libertà né tantomeno spazio ad un pensiero critico ed aperto.
Come si può notare le contingenze storiche hanno radicato comportamenti di diffidenza nei confronti dell’autorità statuali, rafforzato consuetudini volte a scavalcare il limite della legalità. In questa ricostruzione storica ci siamo occupati in prevalenza di organizzazioni criminali che sono la massima espressione dell’illegalità e dell’assenza troppo lunga dello stato in certe zone del paese, ma l’illegalità si manifesta in modi molto meno espliciti ma al tempo stesso altrettanto gravi ed emblematici. Da non ascrivere unicamente ad una determinata aerea territoriale(il meridione), ma da estendere a tutta la penisola. La mancanza di un’educazione democratica che faccia della trasparenza e del rispetto delle regole ha portato a generare risultati aberranti come i fenomeni mafiosi, ma questa lacuna culturale propria del popolo italiano si riflette in innumerevoli situazioni. Dagli episodi di bullismo e razzismo alla spazzatura gettata in strada all’ipocrisia del professore che predica legalità e poi da’ ripetizioni tutto il pomeriggio senza pagare un centesimo di tasse ai test d’ingresso truccati per l’accesso alle facoltà universitarie a numero chiuso. Episodi che penalmente parlando possono risultare effimeri, ma che sono indicazione chiara di una manifesta noncuranza e di una diffusa mancanza di fiducia nei confronti del diritto e dello Stato. Dalle sfere più alte del potere dove imperversa la corruzione morale e materiale alle malversazioni delle mafie agli episodi minori, il nostro popolo sembra non poter recedere da una mentalità improntata all’illegalità e dall’impossibilità di liberarsi di certe piaghe socioeconomiche di origine illegale. Solo l’educazione, la cultura democratica e pluralistica possono essere il deterrente per un problema ancora aperto e mai risolto, l’unica via di uscita per sconfiggere definitivamente la logica del servo che da troppi secoli attanaglia il nostro popolo.
giovedì 8 gennaio 2009
Personaggio: Renato Brunetta
"Il Paese è con me, ma un pezzo del Paese no, e me ne sono fatto una ragione: il Paese delle rendite e dei poteri forti, e quello dei fannulloni, che spesso stanno a sinistra." Questo è Renato Brunetta. Il Ministro della Funzione Pubblica e dell'innovazione è insieme a Maria Stella Gelmini, titolare dell'Istruzione, l'elemento più discusso della squadra di governo del Presidente Berlusconi. Continuo oggetto di attenzioni da parte dei media e delle satire. Con le sue dichiarazioni,talvolta eccessivamente provocatorie, riesce a far insorgere(e quindi a risvegliare dal coma in cui vessa da mesi) l'opposizione e ad imbarazzare la maggioranza. Il titolare del dicastero della funzione pubblica, che sembra essere immune a critiche e satire, continua deciso ee imperterrito nella sua azione riformatrice nei confronti della pubblica amministrazione. Varando o proponendo provvedimenti dai quali scaturiscono i più accesi dibattiti politici degli ultimi mesi. Allora, con un personaggio che desta tante attenzioni, conviene forse comprendere chi sia Renato Brunetta. Nato a Venezia il 26 maggio 1950, figlio minore di un venditore ambulante veneto, si laurea nel 1973 in Scienze Politiche ed Economiche presso l'università di Padova.Nell'anno accademico 1977-1978 è professore incaricato dell'insegnamento di "Economia e politica del lavoro" (Facoltà di Scienze Politiche). Dopo una carriera accademica di alto valore che lo porta ad essere titolare della cattedra di Economia presso l'università Tor Vergata di Roma, decide di giocarsi la carta della carriera politica. Con la politica Brunetta era già venuto in contatto nei periodo dell'insegnamento in quanto consulente economico di alcuni governi nel corso degli anni '80. Il 18 giugno 2008 a Matrix ha dichiarato: "Volevo vincere il Premio Nobel per l'Economia. Ero... non dico lì lì per farlo, però ero nella giusta... ha prevalso il mio amore per la politica, ed il Premio Nobel non lo vincerò più. [...] Ho molti amici che hanno vinto il premio Nobel e non sono molto più intelligenti di me." L' amore per la cosa pubblica lo porta ad essere eletto parlamentare europeo nelle liste di Forza Italia nel 1999. Dal 2007 è Vicecoordinatore Nazionale di Forza Italia ed è responsabile del Settore Programma. Brunetta è anche editorialista de "Il Sole 24 ore" e "Il Giornale" ed è autore di numerose pubblicazioni in materia di economia del lavoro. Vive ininterrottamente sotto scorta dal 1983, in quanto le sue consulenze presso il Ministero del Lavoro gli valgono il poco rassicurante interessamento delle Brigate Rosse. E' vincitore di 4 premi internazionali per le sue opere giornalistiche e per quelle inerenti alle materie economiche. Dal 2008 è appunto Ministro per la Funzione Pubblica e l'innovazione del quarto governo Berlusconi. Brunetta potrebbe essere quindi giustamente annoverato tra le intelighenzie e le eccellenze del nostro paese. Una delle poche, per la verità, che si è prestata alla politica. Il Ministro è abituato a lavorare con conti e numeri da sempre. Cifre alla mano, la sua battaglia contro le inefficenze e l'assenteismo nel settore pubblico la sta vincendo. A luglio 2008, dopo il 20% di giugno e il 10% di maggio, l'assenteismo dei pubblici impiegati si è ridotto del 30%. Quindi la produttività dei servizi aumenta e gli sprechi diminuiscono. Dopo questa serie di provvedimenti "sconvolgenti" sul pubblico impiego, Brunetta ha sollevato di nuovo scalpore avanzando la proposta,per ora rimasta tale, di voler controllare maggiormente l'orario lavorativo dei magistrati attraverso l'istituzione di tornelli fuori dal tribunale(cosa ci sarà di così strano?). Ultimamente ha proposto di parificare, non senza sollevare meno critiche e polemiche, l'età pensionabile delle donne, portandola quindi a 65 anni. Insomma Brunetta sta mettendo in pratica una politica della quale si parlava da anni ma che mai nessuno, per viltà o convenienza, ha avuto il coraggio di applicare. Una serie di provvedimenti concreti e giusti che non si sono risolti solo ed unicamente in parole. Nonostante questo e nonostante il Ministro della Funzione Pubblica sia uno dei pochi esponenti che per ora si siano dimostrati alla luce dei fatti realmente seri e competenti, piovono le solite critiche e polemiche da parte di tutta l'opposizione. Nel caso della riforma della scuola ad esempio, è chiaro di come le polemiche, le manifestazioni, le opposizioni possano essere giustificate in quanto la disposizione normativa della riforma possa considerarsi opinabile. Nel caso della "lotta ai fannulloni" di Brunetta, il provvedimento non è opinabile, andava oggettivamente preso e non è passibile di soluzioni differenti. Risulta pertanto incomprensibile il continuo bagaglio di polemiche offerto dall'opposizione conto il Ministro, a meno che con lucidità mentale non si giustifichi il comportamento del centro-sinistra come esposizione di un mero calcolo politico e di voti.
A dimostrazione ancora una volta di come la partigianeria e la cieca opposizione siano delle costanti immutabili nella vita politica italiana. Intanto Brunetta, che notoriamente non è un denigratore dei propri meriti, dichiara con una punta di orgoglio e ironia a "Repubblica" : "Sono meglio di Padre Pio"-sottointendendo di avere poteri guaritivi, riferendosi al dimezzamento delle assenze per malattie degli statali dopo l'emanazione del Decreto Brunetta.
A dimostrazione ancora una volta di come la partigianeria e la cieca opposizione siano delle costanti immutabili nella vita politica italiana. Intanto Brunetta, che notoriamente non è un denigratore dei propri meriti, dichiara con una punta di orgoglio e ironia a "Repubblica" : "Sono meglio di Padre Pio"-sottointendendo di avere poteri guaritivi, riferendosi al dimezzamento delle assenze per malattie degli statali dopo l'emanazione del Decreto Brunetta.
lunedì 5 gennaio 2009
Antropologia ironica: l'intellettuale di destra
Questo articolo nasce dal desiderio di assicurare una certa par condicio al blog e da una questione di coerenza. Perchè se si è ironici e critici, allora, seppur con diverse inclinazioni chiaramente, bisogna cercare di esserlo su tutto.
L'intellettuale di destra è una specie rara. Se ne trovano pochi. Questo genere di essere umano, è notorio, si sente un diretto discendente degli antichi romani. Il saluto legionario lo esercita per ragioni storiche, è un cultore dell'antica Roma. Il fascismo, per carità, oramai è superato e non c'entra nulla. E quella camicia nera sfoderata un giorno si e l'altro pure? E' una questione di eleganza ovviamente. L'uomo di destra ha uno stile da difendere.
L'intellettuale di destra però crede anche in un'altra storia, quella dei Celti. Forse per la legge del contrappasso, oltre a venerare Roma si costringe a venerare coloro che generarono i discendenti dei nemici primi e distruttori dell'impero romano: ovvero i Barbari. Questa venerazione, fatta di riti drudici, croci e roghi sulle montagne nei giorni dei solstizi, è misteriosa ed inspiegabile. Perchè tra tutti i popoli che c'erano avranno scelto i Celti?Cosa aveva di tanto "cameratesco" questo popolo? Annosa questione che forse si svelerà quando si comprenderà a cosa serviva Stonehenge.
L'intellettuale di destra è uomo tutto di un pezzo. Vera espressione dell'austerity e del "contemptus vivere parvum", poi però ha casa ai Parioli e un Cayenne Turbo parcheggiato in garage, perchè lui non è mica un barbone comunista!
Il fascismo per l'intellettuale di destra oramai è cosa superata. Roba del passato dopo la svolta di Fiuggi. Poi però,guarda caso, la domenica verso Predappio c'è sempre traffico.
L'intellettuale di destra è un patriota. Di un patriottismo che sfocia nel nazionalismo, che misteriosamente e inconciliabilmente affluisce nell'europeismo. Ma non era Prodi l' europeista? Vaglielo poi un pò a spiegare tu all'intellettuale di destra che l'albanese o il turco sono europei come lui!
L'intellettuale di destra ci tiene alle radici della patria, infatti compra solo italiano. Così italiano che beve solo coca-cola, guida solo corvette e vede solo colossal storici americani.
La domenica l'intellettuale di destra: sveglia mattutina, palestra (rigorosamente audace), poi via in chiesa perchè le nostre radici sono imbevute e si nutrono di cristianesimo, chiacchierata col prete in sagrestia per raccimolare qualche voto, poi via a pranzo o dai suoi genitori o da quelli dell'ex moglie o da quelli della nuova fidanzata rumena 25enne. Perchè è un vero uomo, con forte senso della famiglia e non scorda mai nessuno. Poi via sul divano a tifare rigorosamente Lazio, perchè si sa i comunisti tifano Roma, e un film tra 300, Brave Heart e il Gladiatore, dove si sfodera la maglia con la croce celtica e si urla "Auh auh auh"!
L'intellettuale di destra è un anti-sessantottino: basta con tutte queste promozioni facili e questa scuola di massa, che tutela il somaro e annichilisce il talentuoso. Poi però lo devi vedere come si incazza è urla al complotto dalle colonne di Libero quando il figlio viene bocciato ad un esame universitario.
L'intellettuale di destra frequenta i salotti buoni. Va a cena con Silvio e fa gli aperitivi con Gianfranco. Insomma è uomo del centro-destra, basta con Mussolini e fandonie varie. Poi però maledice il libero mercato che ha distrutto ogni idea e rimpiange i tempi della grande civilità passata quando i giovani camerati si ammazzavano per strada contro i giovani compagni.
Vuole la revisione storica, idolatra scrittori "rossi" come Pansa che hanno però denunciato i partigiani cattivi, maledetti e spietati tanto quanto i repubblichini. Anche se alla prima discussione sull'8 settembre 1943, il motto resta sempre quello: "Non ho tradito!"
L'intellettuale di destra è una specie rara. Se ne trovano pochi. Questo genere di essere umano, è notorio, si sente un diretto discendente degli antichi romani. Il saluto legionario lo esercita per ragioni storiche, è un cultore dell'antica Roma. Il fascismo, per carità, oramai è superato e non c'entra nulla. E quella camicia nera sfoderata un giorno si e l'altro pure? E' una questione di eleganza ovviamente. L'uomo di destra ha uno stile da difendere.
L'intellettuale di destra però crede anche in un'altra storia, quella dei Celti. Forse per la legge del contrappasso, oltre a venerare Roma si costringe a venerare coloro che generarono i discendenti dei nemici primi e distruttori dell'impero romano: ovvero i Barbari. Questa venerazione, fatta di riti drudici, croci e roghi sulle montagne nei giorni dei solstizi, è misteriosa ed inspiegabile. Perchè tra tutti i popoli che c'erano avranno scelto i Celti?Cosa aveva di tanto "cameratesco" questo popolo? Annosa questione che forse si svelerà quando si comprenderà a cosa serviva Stonehenge.
L'intellettuale di destra è uomo tutto di un pezzo. Vera espressione dell'austerity e del "contemptus vivere parvum", poi però ha casa ai Parioli e un Cayenne Turbo parcheggiato in garage, perchè lui non è mica un barbone comunista!
Il fascismo per l'intellettuale di destra oramai è cosa superata. Roba del passato dopo la svolta di Fiuggi. Poi però,guarda caso, la domenica verso Predappio c'è sempre traffico.
L'intellettuale di destra è un patriota. Di un patriottismo che sfocia nel nazionalismo, che misteriosamente e inconciliabilmente affluisce nell'europeismo. Ma non era Prodi l' europeista? Vaglielo poi un pò a spiegare tu all'intellettuale di destra che l'albanese o il turco sono europei come lui!
L'intellettuale di destra ci tiene alle radici della patria, infatti compra solo italiano. Così italiano che beve solo coca-cola, guida solo corvette e vede solo colossal storici americani.
La domenica l'intellettuale di destra: sveglia mattutina, palestra (rigorosamente audace), poi via in chiesa perchè le nostre radici sono imbevute e si nutrono di cristianesimo, chiacchierata col prete in sagrestia per raccimolare qualche voto, poi via a pranzo o dai suoi genitori o da quelli dell'ex moglie o da quelli della nuova fidanzata rumena 25enne. Perchè è un vero uomo, con forte senso della famiglia e non scorda mai nessuno. Poi via sul divano a tifare rigorosamente Lazio, perchè si sa i comunisti tifano Roma, e un film tra 300, Brave Heart e il Gladiatore, dove si sfodera la maglia con la croce celtica e si urla "Auh auh auh"!
L'intellettuale di destra è un anti-sessantottino: basta con tutte queste promozioni facili e questa scuola di massa, che tutela il somaro e annichilisce il talentuoso. Poi però lo devi vedere come si incazza è urla al complotto dalle colonne di Libero quando il figlio viene bocciato ad un esame universitario.
L'intellettuale di destra frequenta i salotti buoni. Va a cena con Silvio e fa gli aperitivi con Gianfranco. Insomma è uomo del centro-destra, basta con Mussolini e fandonie varie. Poi però maledice il libero mercato che ha distrutto ogni idea e rimpiange i tempi della grande civilità passata quando i giovani camerati si ammazzavano per strada contro i giovani compagni.
Vuole la revisione storica, idolatra scrittori "rossi" come Pansa che hanno però denunciato i partigiani cattivi, maledetti e spietati tanto quanto i repubblichini. Anche se alla prima discussione sull'8 settembre 1943, il motto resta sempre quello: "Non ho tradito!"
Antropologia ironica: l'intellettuale di sinistra
L’intellettuale di sinistra si evolve come specie a se nei tardi anni settanta, quando definirsi comunista incominciava ad assumere un significato sinistro a causa dei “compagni che sbagliano” e della sgradevole abitudine sovietica di fare propaganda all’estero con i carrarmati.
L’intellettuale di sinistra, ad esclusione di qualche caso sporadico, incomincia immediatamente a prendere le distanze dalla realtà dei fatti e dalle esigenze sociali, rifugiandosi nella elaborazione dell’iperuranio platonico in una straordinaria anticipazione del pallogramma che avrebbe trovato la sua definitiva consacrazione solo con l’avvento di Power Point.
L’intellettuale di sinistra vede film di sconosciuti registi lituani rigorosamente con sottotitoli. Durante la visione si annoia a morte, ma quando ne parla ad altri intellettuali di sinistra s’infervora e li convince a vedere anche loro il film diffondendo il contagio a dispetto di qualsiasi preservativo.
L’intellettuale di sinistra mangia rigorosamente etnico. Sushi giapponese, cus cus marocchino, humus di ceci algerino. L’hamburger con le patatine fritte di MC Donald’s è accolto come un’apparizione di satana. La cotoletta alla milanese ignorata con disprezzo. Quando è sicuro di non essere visto, l’intellettuale di sinistra si mette in fila per ordinare l’Happy Meal, quello con i pupazzetti in omaggio, in modo da poter scaricare sui figli la responsabilità nel caso venisse scoperto da qualche altro intellettuale di sinistra che si trovi casualmente ad entrare nel locale.
L’intellettuale di sinistra si cura con l’omeopatia, salvo quando si tratta di psicofarmaci per i quali fa scelte rigorosamente allopatiche.
L’intellettuale di sinistra compra il caffè equo e solidale, i libri venduti dai senegalesi davanti a Feltrinelli, i bracciali etnici venduti dai cingalesi sulle bancarelle, poi spende trecento euro per una sedia scomodissima, ma a la page prodotta da un designer lituano.
L’intellettuale di sinistra organizza dei party dove invita la cantante nigeriana, il poeta lituano, il regista macedone, ma se incontra dei rom in metropolitana abbassa gli occhi e mette il portafogli nella tasca anteriore. Come tutti. L’intellettuale di sinistra non discrimina gli omosessuali, ma poi se pensa che qualcuno lo voglia ingannare dice:”quello mi vuole inculare“. Come tutti.
L’intellettuale di sinistra veste in modo dimesso e poco appariscente. Poi scopri che si fa fare le scarpe a Londra, porta l’orologio Rado e mette solo maglioncini di cachemire perché ha la pelle delicata.
L’intellettuale di sinistra combatte l’evasione fiscale (a parole) con tutte le sue forze, poi però lo si scopre chiuso nel suo elegante studio a dare ripetizione a qualche benestante liceale che lo paga 30 euro l’ora senza che versi un centesimo di tasse.
L’intellettuale di sinistra ride a tutte le battute di Luttazzi, anche se qualcuna gli fa impressione e la metà non le capisce. Poi quando LA7 caccia Luttazzi, lui fa il boicottaggio. L’intellettuale di sinistra disprezza Sgarbi e fa il tifo per Fuksas. Se qualcuno dice che, in fondo, sono tutti e due dei pagliacci, si incazza e lo chiama ignorante.
L’intellettuale di sinistra ora milita nel PD. Il PD, l’informe ameba intellettuale che lo tiene lontano da ogni impegno, da ogni scelta, da ogni posizione. Un vero e proprio paradiso. Il PD che ha cacciato i comunisti. Il PD che ha unito la sinistra italiana e l’ha seppellita. Il PD che non è stato e non sarà mai niente e nel quale l’intellettuale di sinistra galleggia torpido ed inconcludente masticando pasticcini da the e facendo gli occhi dolci alla velina di turno.
L’intellettuale di sinistra si sente parte di un’elitè, di una minoranza privilegiata, anche se predica l’uguaglianza economica, civile e politica. Ti tratta come un cancro da estirpare alla nazione se non la pensi come lui, sei solo uno sporco capitalista e per di più ignorante perché si sa non esista uomo di cultura che non sia di sinistra…e per di più lui non si sente parte del popolo, ma guida illuminata del popolo. Si distingue sempre…Della serie chi sta con la massa, finisce per odiarla.
L’intellettuale di sinistra fa le interrogazioni in parlamento per chiedere se è vero che Berlusconi ha suggerito la formazione a Donadoni (incredibile, ma vero), poi quando il minestro della difesa (e minestro è scritto apposta così) manda l'esercito a presidiare le città, non dice nulla, perché è a fare il week end a Cortina in inverno e a Ponza in estate e non lo deve mica salvare solo lui questo maledetto paese.
L’intellettuale di sinistra, ad esclusione di qualche caso sporadico, incomincia immediatamente a prendere le distanze dalla realtà dei fatti e dalle esigenze sociali, rifugiandosi nella elaborazione dell’iperuranio platonico in una straordinaria anticipazione del pallogramma che avrebbe trovato la sua definitiva consacrazione solo con l’avvento di Power Point.
L’intellettuale di sinistra vede film di sconosciuti registi lituani rigorosamente con sottotitoli. Durante la visione si annoia a morte, ma quando ne parla ad altri intellettuali di sinistra s’infervora e li convince a vedere anche loro il film diffondendo il contagio a dispetto di qualsiasi preservativo.
L’intellettuale di sinistra mangia rigorosamente etnico. Sushi giapponese, cus cus marocchino, humus di ceci algerino. L’hamburger con le patatine fritte di MC Donald’s è accolto come un’apparizione di satana. La cotoletta alla milanese ignorata con disprezzo. Quando è sicuro di non essere visto, l’intellettuale di sinistra si mette in fila per ordinare l’Happy Meal, quello con i pupazzetti in omaggio, in modo da poter scaricare sui figli la responsabilità nel caso venisse scoperto da qualche altro intellettuale di sinistra che si trovi casualmente ad entrare nel locale.
L’intellettuale di sinistra si cura con l’omeopatia, salvo quando si tratta di psicofarmaci per i quali fa scelte rigorosamente allopatiche.
L’intellettuale di sinistra compra il caffè equo e solidale, i libri venduti dai senegalesi davanti a Feltrinelli, i bracciali etnici venduti dai cingalesi sulle bancarelle, poi spende trecento euro per una sedia scomodissima, ma a la page prodotta da un designer lituano.
L’intellettuale di sinistra organizza dei party dove invita la cantante nigeriana, il poeta lituano, il regista macedone, ma se incontra dei rom in metropolitana abbassa gli occhi e mette il portafogli nella tasca anteriore. Come tutti. L’intellettuale di sinistra non discrimina gli omosessuali, ma poi se pensa che qualcuno lo voglia ingannare dice:”quello mi vuole inculare“. Come tutti.
L’intellettuale di sinistra veste in modo dimesso e poco appariscente. Poi scopri che si fa fare le scarpe a Londra, porta l’orologio Rado e mette solo maglioncini di cachemire perché ha la pelle delicata.
L’intellettuale di sinistra combatte l’evasione fiscale (a parole) con tutte le sue forze, poi però lo si scopre chiuso nel suo elegante studio a dare ripetizione a qualche benestante liceale che lo paga 30 euro l’ora senza che versi un centesimo di tasse.
L’intellettuale di sinistra ride a tutte le battute di Luttazzi, anche se qualcuna gli fa impressione e la metà non le capisce. Poi quando LA7 caccia Luttazzi, lui fa il boicottaggio. L’intellettuale di sinistra disprezza Sgarbi e fa il tifo per Fuksas. Se qualcuno dice che, in fondo, sono tutti e due dei pagliacci, si incazza e lo chiama ignorante.
L’intellettuale di sinistra ora milita nel PD. Il PD, l’informe ameba intellettuale che lo tiene lontano da ogni impegno, da ogni scelta, da ogni posizione. Un vero e proprio paradiso. Il PD che ha cacciato i comunisti. Il PD che ha unito la sinistra italiana e l’ha seppellita. Il PD che non è stato e non sarà mai niente e nel quale l’intellettuale di sinistra galleggia torpido ed inconcludente masticando pasticcini da the e facendo gli occhi dolci alla velina di turno.
L’intellettuale di sinistra si sente parte di un’elitè, di una minoranza privilegiata, anche se predica l’uguaglianza economica, civile e politica. Ti tratta come un cancro da estirpare alla nazione se non la pensi come lui, sei solo uno sporco capitalista e per di più ignorante perché si sa non esista uomo di cultura che non sia di sinistra…e per di più lui non si sente parte del popolo, ma guida illuminata del popolo. Si distingue sempre…Della serie chi sta con la massa, finisce per odiarla.
L’intellettuale di sinistra fa le interrogazioni in parlamento per chiedere se è vero che Berlusconi ha suggerito la formazione a Donadoni (incredibile, ma vero), poi quando il minestro della difesa (e minestro è scritto apposta così) manda l'esercito a presidiare le città, non dice nulla, perché è a fare il week end a Cortina in inverno e a Ponza in estate e non lo deve mica salvare solo lui questo maledetto paese.
domenica 4 gennaio 2009
Diario di viaggio: la Cina e il fareast delle contraddizioni
Welcome to China. E’ l’imponente scritta che torreggia di fronte a voi appena scesi, dopo dieci ore di volo, all’aereoporto di Pechino. Benvenuti in Cina, benvenuti nel paese di tutto e del contrario di tutto. Forse se ne è parlato anche troppo ultimamente, ma il gigante asiatico con i suoi sincretismi misitici tra passato e presente, con le sue scritte luminose e sfavillanti, con i suoi infaticabili lavoratori, con il traffico abnorme e lo smog, con le capanne e le biciclette sembra di non poter fare a meno di lasciare strabiliato l’uomo dell’Ovest. L’impatto è forte, suggestivo. Immaginate grattacieli alti come a Manhattan, luci accecanti come a Las Vegas, strade larghe come quelle del Texas, hotel di un lusso smodato, tipicamente orientale, futuristici impianti olimpici e negozi dei più celebri stilisti italiani e francesi; o immaginate di aggirarvi tra gli antichi e verdissimi giardini dell’imperatore, di aprire le stanze dell’infinito palazzo d’inverno. Bene, questa è Pechino. Ora invece siete a bordo di un auto, lanciati a folli velocità su un’autostrada a sei corsie, con auto che vi sorpassano a destra e sinistra, clacson che suonano all’impazzata, biciclette e tricicli che se ne stanno comodamente camminando in mezzo all’autostrada!Complimenti avete appena provato l’ebrezza del traffico cinese! Vi siete spostati di 100 km a nord rispetto alla capitale…addio strada asfaltata, addio luci, addio lussi, addio grattacieli. Ben arrivati tra le capanne delle campagna cinese, con i tetti in lamiera, lavoratori vestiti all’antica, mercati posti ai lati della stretta stradina di breccia, sterminati campi di riso. Di Pechino non restano che le biciclette ed i tricicli…Vi trovate in un enorme capannone, con intorno operai che saldano a mani nude, senza mascherina, senza guanti e senza scarpe infortunistiche…alla faccia del comunismo! Siete appena entrati in una fabbrica cinese, che con cinquecento operai, che hanno in busta paga due-trecento euro al mese, fattura come un ‘azienda europea con 50 dipendenti. Ecco che arriva in azienda una nuova fiammante bmw serie 7 nera, modello 750 limousine,con vetri oscurati e perfino l’autista…da dietro scende un’omino con gli occhi a mandorla, alto un metro e 65, non di più, indossa dei mocassini consumati, pantaloni di almeno due taglie più corti e una consunta e anonima polo che…si sta recando all’incontro con il suo miglior cliente venuto appositamente per lui dalla lontana Europa! Niente giacca, niente camicia, niente cravatta. Avete appena conosciuto uno ,degli ormai tanti imprenditori cinesi, che ha un istruzione da terza elementare, ma che fa soldi a palate e mette sul lastrico le aziende meccaniche italiane e tedesche…Se i cinesi sembrano tanto lontani come usanze e tradizioni hanno anche impressionanti affinità con il nostro popolo. Fanno parte anche loro dei “cellularomani”, i telefonini cinesi squillano con la stessa frequenza di quelli italiani e proprio come noi hanno la tenedenza a comunicare non solo all’interlocutore ma anche al resto del mondo i loro problemi personali. Sono dei veri urlatori. Se storica è la nostra indisposizione nel costituire una fila ordinata, non preoccupatevi “nasi lunghi” italiani, i “musi gialli” cinesi riescono a competere senza alcun problema. File asimmetriche, chi fa il furbo e passa avanti, gomitate e colpi bassi, preparatevi a tutto questo, qualora vi succeda di fare una fila di qualunque tipo in Cina. Se il cinese è noto per essere formidabile imitatore in ogni campo è un altrettanto formidabile commerciante. In ogni città c’è un mercato nel quale potrete sbizzarrivi in trattative estenuanti con il prezzo che scende di 5-6 volte rispetto a quello iniziale, dove l’operazione prendi due paghi uno è all’ordine del secondo. Meditate inoltre prima di avvicinarvi solo alla vetrina di un negozio, un minimo interesse nei confronti della merce esposta provoca la reazione di minimo 3 o 4 commesse dagli occhi a mandorla che cercheranno prima di tirarvi nel negozio,poi di spiegarvi l’affare in ogni modo e vendervi il prodotto e non sarà affatto facile liberarsene. D’altronde il numero è potenza. E’ un paese particolare la Cina, lo abbiamo già spiegato, e lo è anche nel potere politico. Nella Repubblica Popolare Cinese, di popolare, di comunista, di maoista non c’è più nulla all’infuori della monumentalità dei documenti, della bandiere e di certe immagini evocative. La Cina è semplicemente un paese capitalista, dove la proprietà privata è legale ed un partito dalla ormai scarsa connotazione ideologica governa in modo autoritario, dispotico, dotato di un potere che elimina i suoi nemici ed impone agli occidentali il tacito accordo esprimibile con la formula “si agli affari economici, no alle vostre ingerenze nella nostra politica”. Non è più la “terra promessa” della rivoluzione culturale nemmeno per i comunisti d’occidente. Tuttavia, a conclusione di quanto detto sopra, non sono stati 50 anni di comunismo nè l’avvento del capitalismo ad intaccare le inscalfibili e millenarie tradizioni del popolo cinese, a partire dagli spiedini di serpente ai bachi da seta passando per gli scorpioni fritti alla carne di topo e alle cavallette, tutte tipiche specialità dell’antica e rinnomata cucina cinese…Welcome to China!
Presentazione
E' leggittimo che i lettori di questo blog si chiedano perchè il suo autore abbia inserito ben due articoli prima di scrivere la presentazione. Il primo è una panoramica generale ed una riflessione sull'anno appena passato, il secondo riguarda il 1948 e le sue ripercussioni storiche. E' necessario addurre quindi una spiegazione riguardo a tale scelta. Come potete notare il titolo del blog è "Una finestra aperta sul tempo" e chi scrive ha ritenuto opportuno porre due articoli che seppur indirettamente sono riflessioni sul tempo. Su un passato più lontano il secondo, su un passato recentissimo il primo. Il carattere generale del tempo che può manifestarsi sotto forme passate, presenti o future vuole essere il leit motif di questa pagina web. E' d'obbligo, come in ogni presentazione che abbia una qualche dignità, illustrare i motivi che hanno spinto il sottoscritto ad edificare un piccolo spazio personale nell'immenso universo della rete. La prima motivazione vuole configurarsi come una reazione. Una reazione nei confronti dei media e della società che identificano la mia, la nostra generazione come figlia del degrado, della depravazione, sottomessa alla dipendenza dalle droghe, dall'alcol, dal denaro. Una generazione senza speranza, senza valori, senza morale. Questo blog è una dimostrazione, seppure minima ed insignificante, che non è così. Esorto perciò qualunque coetaneo ad unirsi alla mia reazione, a cercare di sfatare il (falso) mito, a provare che questa generazione si compone di teste pensanti e cuori bramosi di fare, costruire e prendersi responsabilità. La seconda motivazione è invece legata all'informazione e al dialogo. In un mondo sempre più pervaso, oserei dire quasi capillarmente, da una miriade di informazioni, è necessario diversificare. Sono obbligatorie le voci discordanti, le opinioni dissenzienti, i punti di vista divergenti. Perchè la rete non deve essere un coro che canta uniformemente, ma una discussione. Anche accesa se necessario. Ognuno perciò dovrebbe apportare, a modo suo, la sua visione critica, le sue idee, le sue convinzioni. Credere nel dialogo, vuol dire credere nella democrazia, nella crescita vicendevole delle personalità, nello scambio interculturale. Significa partecipare e costruire i compromessi, perchè quasi ogni cosa nel mondo, escluse le vicende strettamente personali, è frutto di compromessi. La terza motivazione è di carattere. Carattere e basta. Esprime l'intima necessità di chi scrive di far sentire la propria voce, di esprimere sè stesso e le proprie idee, di partecipare al dialogo comune. E' la convinzione personale che il potere delle parole è l'unico potere illimitato che esista. La certezza che esse, scritte od orali che siano, possano ad ogni modo cambiare la nostra storia. Buona lettura.
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